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    Bruno Contrada. Mafioso o servitore dello Stato?




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    Autore Messaggio
    beppemignemi
     Oggetto del messaggio:
    MessaggioInviato: 30 dic 2007, 19:50 

    Iscritto il: 10 ott 2007, 11:35
    Messaggi: 1272

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    ATTENZIONE ATTENZIONE!!!

    Sento aria di minaccia, mi sbagliero'...comunque sembra un libro gia' scritto la sequenza di notizie di questi giorni.

    http://notizie.alice.it/notizie/cronaca ... 24464.html

    CONTRADA/ LEGALE: CHIEDERO' REVISIONE DEL PROCESSO -2-
    "Già raccolto materiale utile"

    Napoli, 30 dic. (Apcom) - Contrada, tramite il suo legale, ha fatto sapere che è sua intenzione chiedere la revisione del processo sulla base di una serie di elementi. "Il mio assistito vuole che emerga la verità fino in fondo - ha detto l'avvocato Lipera -, Contrada lamenta che ancora adesso non è stata depositata la sentenza della Cassazione del 10 maggio. Allo stato attuale lui è detenuto per delle motivazioni che il giudice di legittimità non ha dato. C'è la sua parola e basta".

    Ribadendo che occorrerà aspettare il prossimo 10 gennaio per la decisione del Tribunale di sorveglianza di Napoli, il penalista ha mostrato ai giornalisti un memoriale scritto personalmente da Contrada di 60 pagine a cui saranno allegati due volumi. "Basterà intestarlo alla Corte d'appello di Caltanissetta, scrivere le conclusioni, chiedere la revisione del processo e che vengano acquisite le sentenze assolutorie degli imputati che vennero assolti: Corrado Carnevale e Giulio Andreotti, anch'essi accusati in concorso esterno".

    Al fascicolo dovranno essere allegati, secondo il penalista, anche gli atti del processo che "pendono a Catania di due personaggi per cui il Gip ha disposto il rinvio a giudizio accusati di calunnia aggravata e continuata contro Contrada che figura come parte civile". Tutto questo materiale, secondo Lipera, è "sufficiente per presentare domanda di revisione".


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    Rispondi citando  
    Valentina
     Oggetto del messaggio:
    MessaggioInviato: 02 gen 2008, 14:50 
    Site Admin
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
    Messaggi: 14472

    Non connesso
    Le false dichiarazioni di Contrada

    Non si puo' che restare allibiti nel leggere l'ultima esternazione dell'avvocato Lipera che asserisce di riferire frasi raccolte dal suo assistito, il Sig. Contrada, in un colloquio avuto presso l'ospedale Cardarelli di Napoli.
    Il suddetto Contrada avrebbe testualmete detto: "Di Paolo Borsellino ho un grandissimo ricordo. Con lui c'era un'ottima collaborazione professionale, ma anche un'amicizia che ci portava a frequentarci fuori del lavoro".

    Di fronte a una dichiarazione così aberrante e al di fuori della realta' accertata in piu' gradi processuali fino alla sentenza definitiva della Cassazione sono possibili due ipotesi.
    La prima e' che l'avvocato Giuseppe Lipera continui autonomamente nella sua opera di disinformazione tesa a mistificare la realta' presentando all'opinione pubblica un traditore dello Stato come una vittima di chissa' quali macchinazioni ed attribuendo alla durezza del regime carcerario le condizioni fisiche dello stesso Contrada, dovute invece per la maggior parte ad un digiuno volontario attuato allo scopo.
    La seconda e' che il quadro clinico denunciato sia effettivamente così grave, perlomeno a livello cerebrale, da avere completamente ottenebrato la mente dello stesso Contrada tanto da far nascere nella sua mente ricordi non assolutamente corrispondenti ed anzi in assoluto contrasto con la realta'.

    Non e' assolutamente spiegabile altrimenti quanto risulta da atti processuali e quanto mi sono ancora oggi fatto ribadire dalla figlia maggiore di Paolo, cioe' che almeno in due occasioni Paolo avesse reagito al solo sentire il nome di Contrada, peraltro neanche noto al resto dei suoi familiari, dicendo esplicitamente che sarebbe stato meglio che nemmeno pronunziassero nemmeno il nome dato che si trattava di un individuo estremamamente pericoloso.

    Non bisogna poi dimenticare come il pentito Gaspare Mutolo avesse fatto a Paolo, in un colloquio non verbalizzato, il nome di Contrada insieme a quello del Giudice Signorino.

    Paolo fu ucciso la settimana prima dell'incontro che avrebbe dovuto avere con Mutolo per verbalizzare queste dichiarazioni.
    Il giudice Signorino si uccise quando cominicarono a trapelare le voci sulle dichiarazioni di Gaspare Mutolo.

    Contrada e' oggi in carcere per scontare una condanna definitiva e tenta di far parlare i morti e sfruttare la sparizione dell'agenda rossa di Paolo Borsellino per non pagare il suo debito con la societa'.

    Salvatore Borsellino




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    sag
     Oggetto del messaggio:
    MessaggioInviato: 02 gen 2008, 15:26 

    Iscritto il: 27 gen 2007, 19:06
    Messaggi: 3280

    Non connesso
    tralasciando le cazzate di Lipera (ca non cunta nenti) ecco ke ho trovato nel blog di Contrada
    Gennaro Scala
    scritto il: 01.01.08
    alle ore: 18:19 "...L'Uomo coraggioso muore una volta sola, il pauroso mille volte al giorno!"

    Bruno Contrada ed i soliti “professionisti dell’antimafia”

    La campagna lanciata dall’avv. Giuseppe Lipera alla vigilia di Natale a favore della scarcerazione del dr. Bruno Contrada ha sin qui provocato una valanga di reazioni.
    Tra gli interventi più lucidi mi piace citare quelli dell’insospettabile Emanuele Macaluso – già distintosi in senso garantista a proposito dell’iniziale incriminazione in capo a Giulio Andreotti – e di Salvatore Scarpino nell’editoriale de “il Giornale” di oggi.
    Dato atto al Capo dello Stato di essere intervenuto tempestivamente ed avere opportunamente trasmesso gli atti della “supplica”, approntata dal legale di Contrada, al Ministro di Giustizia per il più a praticarsi, meraviglia il successivo comunicato del Quirinale interpretato da più parti come la risposta pilatesca alle prese di posizione ed alle vere e proprie intimidazioni dal sapore di ricatto morale di coloro che io chiamo gli eroi di primo, secondo e terzo grado delle vittime del fenomeno mafioso, vale a dire la concerie di parenti ed amici - costituente oggigiorno una vera e propria “casta” intoccabile, depositaria del “verbo” e per ciò esente da critiche e sospetti, immacolata e pura - datisi al professionismo dell’antimafia, giusta la definizione del compianto Leonardo Sciascia.
    Conosco, stimo ed ammiro Bruno Contrada, cui esprimo tutto l’affetto e l’umana solidarietà di cui sono capace.
    Sono intimamente e professionalmente convinto della sua estraneità ai fatti che hanno prodotto la condanna a 10 anni per “concorso esterno in associazione mafiosa”, fattispecie giuridica creata dalla giurisprudenza e non già da una specifica previsione del diritto.
    Ho vissuto la realtà e la tragedia palermitana degli inizi degli anni ‘80 e, pertanto, sono in grado di testimoniare con cognizione di causa, se è vero – come è vero – che a distanza di oltre 20 anni, vengo ancora citato per supportare l’accusa nei processi di mafia con la premessa di essere una delle ultime “memorie storiche” di quegli anni di lotta.
    Io stesso sono rimasto imbrigliato nella rete del masochismo autolesionista e giustizialista che le istituzioni di questo paese riservano ai propri servitori: ricordate il “caso Marino”, il killer del Commissario Beppe Montana, morto a seguito di uno “speciale trattamento” ricevuto presso la Squadra Mobile di Palermo? Chi scrive, all’epoca era Capitano dei Carabinieri e comandava il Nucleo Operativo del Gruppo CC di quel capoluogo.
    I miei superiori - codardi, vigliacchi, opportunisti e carrieristi - mi vendettero letteralmente al Ministro dell’Interno, l’ineffabile ed immarcescibile “moralista” Oscar Luigi Scalfaro (quello che non ci stava a proposito delle prebende Sisde), il quale invocava un “fronte unico contro le prevedibili ed inevitabili rappresaglie di Cosa Nostra”, puntualmente eseguite con l’attacco di Via della Croce Rossa a distanza di soli 5 giorni.
    Trascorsi 12 mesi e 29 gg. di carcerazione preventiva sottostando poi a fasi processuali protrattesi per oltre un decennio, tutte conclusesi con l’assoluzione più ampia dal concorso per omissione in omicidio preterintenzionale, un’aberratio juris pervicacemente perseguita prima dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo (P.M. Lo Forte e Garofalo, con la regia del Procuratore Capo Paino) e poi da quella di Caltanissetta (Sferlazza e Chinnici – figlia, quest’ultima “eroina di primo grado” protagonista di una sceneggiata stucchevole nel mentre sosteneva l’accusa a mio carico, pilotata dietro le quinte dallo Sferlazza benché ci si trovasse in grado d’appello) ove nel frattempo il giudizio era stato spostato per legitima suspicione, come se la mafia non avesse potuto ammazzarci tutti (decine di poliziotti e carabinieri implicati) anche nell’ambito del capoluogo nisseno!
    E’ una storia questa ancora tutta da scrivere, anzi da ri-scrivere!
    Le sentenze emesse indicano un sommario movente isterico-collettivo: non è la verità!
    Come non sono veritiere quelle riconducibili alle uccisioni di Ninni Cassarà e Natale Mondo, al suicidio di Domenico Signorino, tanto per citare alcune tragiche vicende di quegli anni.
    E che dire delle indagini mozze, dei verbali dei “pentiti” con gli …omissis… mai compiutamente esplorati (quanti ricordano le dichiarazioni di Francesco Marino Mannoia a proposito delle centinaia di milioni delle vecchie lire versate ad un partito politico all’epoca ipergarantista ed oggi nella maggioranza di governo…).
    Era ed è o no credibile quel presunto pentito? E perché è credibile solo per alcuni fatti, rispetto a taluni personaggi e non per il tutto?
    Attaccare o semplicemente smontare le accuse dei cc. dd. pentiti costituisce un delitto di lesa maestà in questo nostro paese: ricordo quanto capitatomi in un processo di mafia allorquando, a specifica domanda del Collegio giudicante, ebbi ad esprimermi circa la megalomania e le farneticazioni di un tale nel frattempo sottoposto a programma di protezione lautamente retribuito. Il Capo della Procura interessò formalmente il Comando Generale dell’Arma affinché venissi perseguito disciplinarmente. A mia volta risposi con una denuncia: procedimenti archiviati alla stregua di quanto poi si ripeterà a proposito del caso Lo Forte – Pignatone – De Donno – Mori (nessun colpevole: né il presunto calunniatore né il calunniato)!
    Continuare ad osservare il più rigoroso dei silenzi non è il timore di essere querelato da qualcuno sempre pronto a lucrare (in nome dell’antimafia, oltre a far carriera ci si arricchisce pure con la scusa della beneficenza!), ma preciso dovere morale e civico per non correre il rischio di fare un favore a Cosa Nostra.
    Dunque, la storia dell’antimafia – almeno a partire dal 1984, Brasile, Buscetta – andrebbe completamente rivisitata per comprendere esattamente ruoli e vicende, ivi compresi gli scenari postumi come le famose lettere del “Corvo di Palermo” e la stessa strage di Capaci.
    Purtroppo, in Italia non esistono “eroi vivi”: questo è il paese di quelli esclusivamente “morti”!
    E’ un’anomalia planetaria ed un assioma.
    Nel 1975, a seguito di un tragico evento, questa volta a matrice terrorista, il compianto Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa e l’allora Capo di Stato Maggiore dell’Arma, ad un Collega rimasto terribilmente mutilato, ebbero a dire che se in quel momento le Istituzioni non avessero avuto bisogno di un eroe lui si sarebbe ritrovato in galera per i gravissimi errori e le omissioni compiute nell’intraprendere quell’azione, causa, peraltro, di diverse vittime, sull’uno e l’altro fronte.
    Ma agli “eroi morti” succedono - è diventato un fatto di asse ereditario - gli sciacalli ed i cc. dd. professionisti dell’antimafia.
    Chi, prima della strage di Via D’Amelio, conosceva i germani dell’amatissimo e stimatissimo dr. Paolo Borsellino (fu lui a tirarmi fuori dal carcere contro gli stessi desiderata del dr. Giovanni Falcone, magistrato che io avevo tirato in ballo unitamente a colui che sarà poi il cognato, vale a dire il dr. Morvillo - guarda caso P.M. del processo di 1° a Bruno Contrada - a proposito del tentativo di depistaggio circa la morte di Salvatore Marino)? E per quali meriti?
    E chi, prima dell’uccisione del Gen. Dalla Chiesa, conosceva il figlio Nando?
    E perché finiscono tutti a sinistra quando, per taluni casi, sono addirittura noti gli orientamenti politici di segno opposto delle vittime?
    Ed ancora: qualcuno ha mai offerto una candidatura o un seggio in Parlamento, in Regione o in altre pubbliche assisi ai parenti delle vittime dal nome non altisonante (scorte)? Qualcuno ne ricorda i nomi, i visi, le gesta, i trascorsi e le lacrime, le sofferenze, il dolore dei congiunti, fatta eccezione delle celebrazioni commemorative di circostanza?
    E dunque quali meriti avranno mai acquisito questi eroi diventati tali per grado consanguineo, diretto o collaterale? Con quali gesta ed imprese avranno mai illustrato la Patria al punto di vestirsi di un’autorità, dettare comportamenti ed intimare scelte nientemeno che al Presidente della Repubblica ed al Ministro di Giustizia?
    E perché chi non è morto combattendo sul campo deve correre il rischio di essere infangato quasi debba essere necessariamente colluso o contiguo per non essersi fatto ammazzare?
    Possibile che la lotta alla mafia l’abbia fatta solo una sparuta pattuglia di kamikaze?
    Nelle pieghe delle varie vicende giudiziarie palermitane spesso sono emerse verità inconfessabili che il Giudice della Suprema Corte, dr. Corrado Carnevale, pur sempre componente di un Collegio, poneva a base della sua famosa affermazione: “Non sono io che ammazzo le sentenze, è che queste, come i processi, sono nate morte!”
    Nel tentativo di celare condotte e comportamenti degli “eroi morti” (anche loro sono stati essere umani con pregi e difetti, debolezze ed aspirazioni, ambizioni - talora anche smodate - e delusioni), assurti a miti o a simboli di uno stato debole e poco credibile al punto di aver bisogno di siffatte tragiche rappresentazioni per elaborare e varare un atto normativo (vds. normativa antimafia del settembre 1982), verità fattuali sono state alterate o omesse e mai evidenziate o confutate dagli esponenti di Cosa Nostra o dai loro difensori in stretto ossequio al codice d’onore interno all’organizzazione criminale.
    Talora, quasi in senso iconoclastico ed ironico, si è fatto riferimento alla capacità della mafia siciliana di produrre una giustizia propria effettiva, veloce ed efficace: indagini, istruttoria, processo, sentenza, esecuzione.
    Purtroppo non è folklore. Questa è la storia delle guerre di mafia del secolo scorso e dell’era del potere sanguinario corleonese.
    Il fenomeno del pentitismo di mafia in Italia ha avuto conseguenze nefaste: manipolazioni, strumentalizzazioni per fini anche di lotta politica interna, incalcolabile perdita di professionalità in seno alla polizia giudiziaria, esibizionismo ed ambizioni, notorietà e carriere rapidi e facili in magistratura e nelle forze dell’ordine mediante la semplice acquisizione della “campagna Sicilia”, messi di pseudo scrittori e giornalisti con le loro “verità” su tanti anni di mafia, vetrine in talk show e programmi televisivi di intrattenimento di genere vario, interviste esclusive ad una élite di pochi depositari della verità assoluta e dunque presenzialismo ossessionante in tutti i media ed in alcune trasmissioni che vanno per la maggiore proprio a ragione del loro settarismo ideologico.
    Contemporaneamente, le dichiarazioni dei collaboranti, quant’anche non utilizzabili per fini processuali, concorrono ad ingrossare le schedature ed i fascicoli – sia informatici delle banche dati sia cartacei – delle istituzioni preposte, salvo far gridare allo scandalo ed ai soliti “servizi deviati” quando si perviene alla scoperta di un archivio alla Pio Pompa o alla Giuliano Tavaroli!
    Ma ciò avviene quotidianamente in tutte le questure, i commissariati e le stazioni CC d’Italia!
    Siamo tutti schedati - e c’è chi sostiene anche intercettati - e basta una notizia, un’informazione non riscontrata per diffamare e per inibire al comune cittadino l’accesso ad una autorizzazione, ad una licenza, in una parola ad un diritto, negato poi con motivazioni più o meno fondate dal punto di vista burocratico - amministrativo.
    E’ questa la sub-cultura che oggi caratterizza anche gli atti discrezionali della pubblica amministrazione e limita fortemente l’esercizio della democrazia e delle libertà.
    Una magistratura che utilizza il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale sulla base di fini specifici e calcoli partigiani non garantisce lo stato di diritto.
    Un’autorità che impiega danaro pubblico per intercettare veline e ballerine mentre un’intera regione è sommersa da immondizie di ogni genere non è degna di rispetto, specie quando quella stessa autorità afferma che quel comparto, in tutta la sua filiera, è gestito in via esclusiva dalla camorra.
    Possibile che a Napoli, in quasi 15 anni, nessuno sia andato in galera, non dico condannato?
    Ci si meraviglia ancora del luridume da terzo mondo dei treni italiani quando le Ferrovie dello Stato sperperano in appalti caterve di milioni di euro per le disinfestazioni e le pulizie: ma sa il cittadino che le stesse Ferrovie impiegano propri ispettori per controllare e verificare l’effettività e l’efficienza del servizio in outsourcing, e che questi compilano rapporti non certo favorevoli alle imprese appaltatrici ricevendo in cambio avvertenze e minacce di ogni tipo spesso rafforzate dagli interventi da calmiere degli stessi dirigenti pubblici? Non è mafia questa? Non siamo tutti vittime?
    E dove sono finiti i moralisti ed i professionisti dell’antimafia?
    Perché non invocano, non gridano, non minacciano, non intimidiscono, non pretendono che si ponga finalmente fine a tanti scempi nazionali?
    No, è molto più semplice, facile e comodo aizzare, incendiare gli animi, dividere, polemizzare sul povero Bruno Contrada, doppiamente vittima: della giustizia ingiusta e della crudeltà e sete di vendetta senza senso di tutti costoro e di coloro che prossimamente verranno nelle trasmissioni televisive della Rai pubblica ad ammannirci con la solita, stantia solfa in difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, dell’intoccabilità di miti e simboli e della certezza della pena a senso unico.
    Siamo stufi.
    Che Dio li perdoni!

    Gennaro Scala
    Ufficiale CC in pensione


    Roma, 27 dicembre 2007


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    Salvo
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    MessaggioInviato: 03 gen 2008, 01:06 

    Iscritto il: 29 gen 2007, 23:20
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    Non connesso
    Evito di commentare,
    Si commenta da se


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    anto.rec
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    MessaggioInviato: 03 gen 2008, 09:05 

    Iscritto il: 13 feb 2007, 00:44
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    è semplicemente una manifesta esternazione di un invasato. e tra l'altro davvero pieno di elementi di crassa ignoranza sul tema.

    _________________
    anto9


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    nicolaic
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    MessaggioInviato: 03 gen 2008, 12:48 

    Iscritto il: 09 ott 2007, 21:58
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    la cronaca...


    un processo lungo, ormai oltre il decennio, è giunto in Cassazione. Una vicenda giudiziaria che, nonostante la durata e la particolarità dell’oggetto e del protagonista, ha dato di volta in volta sentenze differenti giungendo nei giorni scorsi all’apparente epilogo.


    Ne ripercorriamo alcune tappe. Bruno Contrada, ex dirigente del Sisde, viene arrestato il 24 dicembre 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. In carcere rimane per 31 mesi, fino 31 luglio del 1995, malgrado ricorsi presentati perfino alla corte europea per i diritti dell’uomo. Il 12 aprile del 1994 inizia il primo processo a suo carico, e il 19 genneio del 1996, al termine di una requisitoria protrattasi per 22 udienze, il PM chiede la condanna di Contrada a 13 anni. Il tribunale, il 5 aprile, infligge all’ex poliziotto 10 anni di reclusione e tre di libertà vigilata. Il verdetto di primo grado viene però ribaltato dalla corte Corte d’appello di Palermo che con la sentenza del 4 maggio 2001 assolve Contrada. Ma il 12 dicembre del 2002 la Cassazione riapre il caso, annullando l’assoluzione e disponendo un nuovo giudizio di secondo grado davanti a una diversa sezione della corte di Appello di Palermo. E’ questo il processo giunto ora a conclusione con la condanna a 10 anni di carcere.


    L’inchiesta si focalizza sui rapporti ambigui che Contrada, avrebbe avuto, con la mafia e in particolare con il boss di San Lorenzo, Rosario Riccobono, eliminato con il metodo della “lupara bianca” durante la guerra tra le cosche negli anni ’80. Tra gli accusatori, dell’ex agente del Sisde, ci sono stati diversi collaboratori di giustizia: Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Giuseppe Marchese, Rosario Spatola. Dopo di loro, altri pentiti di primo piano, tra i quali Francesco Marino Mannoia, Salvatore Cancemi, Ghiacchino Pennino, Angelo Siino e Giovanni Brusca, hanno sostenuto che Contrada era “a disposizione” di alcuni esponenti mafiosi. Contrada ha sempre rivendicato il suo ruolo di uomo dello Stato, sostenendo di non aver mai conosciuto mafiosi.

    _________________
    nicola


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    nicolaic
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    MessaggioInviato: 03 gen 2008, 12:58 

    Iscritto il: 09 ott 2007, 21:58
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    che na pensate?



    A cavallo tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 per portare a termine quella che fu una vera e propria rivoluzione politica occorreva mettere sotto processo le persone giuste. In alcuni casi per tale fine non si poteva fare altro che ricorrere ai pentiti.

    Nei processi di mafia, infatti, non ci sono prove, c'è solo la parola dei pentiti.


    Non a caso Tommaso Buscetta era solito dire: "volete le prove...le prove le fa il sarto".
    Purtroppo è stato fatto un uso strumentale dei "pentiti" : impropriamente così chiamati perché sicuramente essi non provano alcun dolore per la colpa commessa, ma con le loro propalazioni tendono solo a riconquistare la libertà , cui non avrebbero più diritto per la gravità dei crimini commessi, e ad assicurarsi un congruo stipendio da parte dello Stato che consente loro di vivere nell'agiatezza, se non addirittura nel lusso, a seconda dell'accusato di turno. Di essi si sono serviti personaggi privi di scrupoli per portare avanti, a seconda dei casi, una guerra tra cosche criminali mafiose, una guerra politica, una guerra tra magistrati di opposta connotazione politica o tra apparati investigativi ed informativi. Per chi portava avanti la rivoluzione politica era indispensabile avere sotto controllo la gestione dei pentiti, attraverso i vertici della polizia.

    Venne costituito a tale scopo la D.I.A. (Direzione investigativa antimafia) che operava alle dipendenze dalle procure e, attraverso l'arresto di Bruno Contrada che rappresentava la memoria storica della lotta alla mafia, venne bloccato quello che era il progetto, cui erano favorevoli i vertici dello Stato, di riconversione del SISDE, che avrebbe dovuto avere la finalità di combattere tutta la criminalità organizzata (mafia, camorra e 'ndrangheta).


    Era in atto, quindi, un vero scontro tra poteri: il potere giudiziario (rappresentato essenzialmente delle procure rosse che erano espressione di una certa classe politica, che voleva il controllo della polizia attraverso la DIA) ed il potere politico che voleva la riconversione del SISDE per una più ampia e qualificata lotta alla criminalità organizzata.


    L'unico sistema per annientare Contrada ed il suo progetto di riconversione del SISDE è quello di distruggerlo attraverso le accuse di alcuni "pentiti", che lo indicano come colluso con la mafia.


    La DIA si occupa delle indagini e la carriera e la vita di Bruno Contrada sono distrutte.


    Alla guida della DIA vengono messe persone lucide, ma spregiudicate che gestiscono con una certa disinvoltura i pentiti. Ed è certamente inquietante che questi ultimi cominciano ad accusare Contrada soltanto allorquando non sono più gestiti dall'Alto Commissariato per la lotta alla mafia, ma dalla DIA.


    La vicenda ha inizio nell'estate del 1989, dopo la cattura del pentito Totuccio Contorno, le lettere del Corvo e l'attentato all'Addaura.


    Nel maggio del 1989 venne arrestato a Palermo il "pentito" Totuccio Contorno che inspiegabilmente si trovava in Sicilia, mentre avrebbe dovuto trovarsi negli Stati Uniti sotto protezione.


    Nei giorni precedenti l'arresto di Contorno erano stati commessi ben diciassette delitti, compiuti ai danni delle cosche vincenti della mafia, Contorno apparteneva alle famiglie mafiose perdenti, e pertanto si sospettò che Contorno fosse tornato proprio per questo.


    Ma chi lo ha fatto tornare senza che la polizia di Palermo sapesse nulla?


    Ci furono in quell'occasione non poche perplessità sul modo di gestire i pentiti, che venne definito da più parti poco ortodosso.


    In quel periodo la stampa era tutta vigile. I migliori cronisti che si occupavano di mafia erano all'erta. Avevano intuito che nella storia di Contorno incombeva il dubbio che il pentito fosse la pedina dell'ennesimo gioco sporco posto in essere da parte di alcuni funzionari dello Stato, funzionari che avevano ottimi rapporti con i magistrati antimafia della Procura di Palermo.
    Su questa vicenda si innestano le lettere del Corvo di Palermo, che affermavano che con l'accordo di alcuni magistrati palermitani, Totuccio Contorno era stato usato come Killer di Stato.

    Cosa strana, le indagini invece di indirizzarsi contro i fatti denunciati nelle lettere del Corvo, fatti che certamente meritavano un approfondimento, vennero rivolte verso l'autore delle lettere anonime.


    A farne le spese fu un magistrato integerrimo, ma non allineato con il pool antimafia di Palermo, Alberto di Pisa, che aveva sostenuto la necessità di un'indagine chiarificatrice sulla presenza del pentito Contorno in Sicilia.


    Dovrà aspettare quattro anni il giudice di Pisa prima di essere scagionato dall'accusa di essere il Corvo di Palermo! Intanto continuava l'allegra gestione dei pentiti..


    La stagione delle calunnie si chiude con il fallito attentato dell'Addaura al giudice Falcone; da quest'attentato nacquero le prime accuse, indirizzate più che al dott. Contrada all'intero servizio di sicurezza civile (SISDE).


    Infatti un maresciallo dei carabinieri fece il nome di uno stretto collaboratore di Contrada in relazione all'ordigno dell'Addaura. Quel carabiniere è stato poi condannato per calunnia ed ha patteggiato la pena. Ma chi suggerì il nome di Contrada in relazione al fallito attentato dell'Addaura?


    Certamente si voleva distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dai fatti di quei mesi: la vicenda Contorno e le lettere del Corvo.


    Era Contrada la vittima designata di un depistaggio che tendeva a coinvolgere il SISDE!


    Si aveva paura di ciò che stava emergendo: si cominciava a mettere in discussione la gestione dei pentiti.


    Alla Vigilia di Natale del 1992, su ordine della Procura di Palermo, Bruno Contrada viene arrestato, il progetto di riconversione del SISDE viene definitivamente bloccato e la DIA decolla alla grande!!!!!!

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    nicola


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    Salvo
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    MessaggioInviato: 03 gen 2008, 13:53 

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    Penso che dovresti innanzitutto citare la fonte dello scritto


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    anto.rec
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    e il contesto...signor giurista nicolaix

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    anto9


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    ve la cito io la fonte che già l'ho letto questo...
    http://www.brunocontrada.info/pentiti.php


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