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tralasciando le cazzate di Lipera (ca non cunta nenti) ecco ke ho trovato nel blog di Contrada
Gennaro Scala
scritto il: 01.01.08
alle ore: 18:19 "...L'Uomo coraggioso muore una volta sola, il pauroso mille volte al giorno!"
Bruno Contrada ed i soliti “professionisti dell’antimafia”
La campagna lanciata dall’avv. Giuseppe Lipera alla vigilia di Natale a favore della scarcerazione del dr. Bruno Contrada ha sin qui provocato una valanga di reazioni.
Tra gli interventi più lucidi mi piace citare quelli dell’insospettabile Emanuele Macaluso – già distintosi in senso garantista a proposito dell’iniziale incriminazione in capo a Giulio Andreotti – e di Salvatore Scarpino nell’editoriale de “il Giornale” di oggi.
Dato atto al Capo dello Stato di essere intervenuto tempestivamente ed avere opportunamente trasmesso gli atti della “supplica”, approntata dal legale di Contrada, al Ministro di Giustizia per il più a praticarsi, meraviglia il successivo comunicato del Quirinale interpretato da più parti come la risposta pilatesca alle prese di posizione ed alle vere e proprie intimidazioni dal sapore di ricatto morale di coloro che io chiamo gli eroi di primo, secondo e terzo grado delle vittime del fenomeno mafioso, vale a dire la concerie di parenti ed amici - costituente oggigiorno una vera e propria “casta” intoccabile, depositaria del “verbo” e per ciò esente da critiche e sospetti, immacolata e pura - datisi al professionismo dell’antimafia, giusta la definizione del compianto Leonardo Sciascia.
Conosco, stimo ed ammiro Bruno Contrada, cui esprimo tutto l’affetto e l’umana solidarietà di cui sono capace.
Sono intimamente e professionalmente convinto della sua estraneità ai fatti che hanno prodotto la condanna a 10 anni per “concorso esterno in associazione mafiosa”, fattispecie giuridica creata dalla giurisprudenza e non già da una specifica previsione del diritto.
Ho vissuto la realtà e la tragedia palermitana degli inizi degli anni ‘80 e, pertanto, sono in grado di testimoniare con cognizione di causa, se è vero – come è vero – che a distanza di oltre 20 anni, vengo ancora citato per supportare l’accusa nei processi di mafia con la premessa di essere una delle ultime “memorie storiche” di quegli anni di lotta.
Io stesso sono rimasto imbrigliato nella rete del masochismo autolesionista e giustizialista che le istituzioni di questo paese riservano ai propri servitori: ricordate il “caso Marino”, il killer del Commissario Beppe Montana, morto a seguito di uno “speciale trattamento” ricevuto presso la Squadra Mobile di Palermo? Chi scrive, all’epoca era Capitano dei Carabinieri e comandava il Nucleo Operativo del Gruppo CC di quel capoluogo.
I miei superiori - codardi, vigliacchi, opportunisti e carrieristi - mi vendettero letteralmente al Ministro dell’Interno, l’ineffabile ed immarcescibile “moralista” Oscar Luigi Scalfaro (quello che non ci stava a proposito delle prebende Sisde), il quale invocava un “fronte unico contro le prevedibili ed inevitabili rappresaglie di Cosa Nostra”, puntualmente eseguite con l’attacco di Via della Croce Rossa a distanza di soli 5 giorni.
Trascorsi 12 mesi e 29 gg. di carcerazione preventiva sottostando poi a fasi processuali protrattesi per oltre un decennio, tutte conclusesi con l’assoluzione più ampia dal concorso per omissione in omicidio preterintenzionale, un’aberratio juris pervicacemente perseguita prima dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo (P.M. Lo Forte e Garofalo, con la regia del Procuratore Capo Paino) e poi da quella di Caltanissetta (Sferlazza e Chinnici – figlia, quest’ultima “eroina di primo grado” protagonista di una sceneggiata stucchevole nel mentre sosteneva l’accusa a mio carico, pilotata dietro le quinte dallo Sferlazza benché ci si trovasse in grado d’appello) ove nel frattempo il giudizio era stato spostato per legitima suspicione, come se la mafia non avesse potuto ammazzarci tutti (decine di poliziotti e carabinieri implicati) anche nell’ambito del capoluogo nisseno!
E’ una storia questa ancora tutta da scrivere, anzi da ri-scrivere!
Le sentenze emesse indicano un sommario movente isterico-collettivo: non è la verità!
Come non sono veritiere quelle riconducibili alle uccisioni di Ninni Cassarà e Natale Mondo, al suicidio di Domenico Signorino, tanto per citare alcune tragiche vicende di quegli anni.
E che dire delle indagini mozze, dei verbali dei “pentiti” con gli …omissis… mai compiutamente esplorati (quanti ricordano le dichiarazioni di Francesco Marino Mannoia a proposito delle centinaia di milioni delle vecchie lire versate ad un partito politico all’epoca ipergarantista ed oggi nella maggioranza di governo…).
Era ed è o no credibile quel presunto pentito? E perché è credibile solo per alcuni fatti, rispetto a taluni personaggi e non per il tutto?
Attaccare o semplicemente smontare le accuse dei cc. dd. pentiti costituisce un delitto di lesa maestà in questo nostro paese: ricordo quanto capitatomi in un processo di mafia allorquando, a specifica domanda del Collegio giudicante, ebbi ad esprimermi circa la megalomania e le farneticazioni di un tale nel frattempo sottoposto a programma di protezione lautamente retribuito. Il Capo della Procura interessò formalmente il Comando Generale dell’Arma affinché venissi perseguito disciplinarmente. A mia volta risposi con una denuncia: procedimenti archiviati alla stregua di quanto poi si ripeterà a proposito del caso Lo Forte – Pignatone – De Donno – Mori (nessun colpevole: né il presunto calunniatore né il calunniato)!
Continuare ad osservare il più rigoroso dei silenzi non è il timore di essere querelato da qualcuno sempre pronto a lucrare (in nome dell’antimafia, oltre a far carriera ci si arricchisce pure con la scusa della beneficenza!), ma preciso dovere morale e civico per non correre il rischio di fare un favore a Cosa Nostra.
Dunque, la storia dell’antimafia – almeno a partire dal 1984, Brasile, Buscetta – andrebbe completamente rivisitata per comprendere esattamente ruoli e vicende, ivi compresi gli scenari postumi come le famose lettere del “Corvo di Palermo” e la stessa strage di Capaci.
Purtroppo, in Italia non esistono “eroi vivi”: questo è il paese di quelli esclusivamente “morti”!
E’ un’anomalia planetaria ed un assioma.
Nel 1975, a seguito di un tragico evento, questa volta a matrice terrorista, il compianto Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa e l’allora Capo di Stato Maggiore dell’Arma, ad un Collega rimasto terribilmente mutilato, ebbero a dire che se in quel momento le Istituzioni non avessero avuto bisogno di un eroe lui si sarebbe ritrovato in galera per i gravissimi errori e le omissioni compiute nell’intraprendere quell’azione, causa, peraltro, di diverse vittime, sull’uno e l’altro fronte.
Ma agli “eroi morti” succedono - è diventato un fatto di asse ereditario - gli sciacalli ed i cc. dd. professionisti dell’antimafia.
Chi, prima della strage di Via D’Amelio, conosceva i germani dell’amatissimo e stimatissimo dr. Paolo Borsellino (fu lui a tirarmi fuori dal carcere contro gli stessi desiderata del dr. Giovanni Falcone, magistrato che io avevo tirato in ballo unitamente a colui che sarà poi il cognato, vale a dire il dr. Morvillo - guarda caso P.M. del processo di 1° a Bruno Contrada - a proposito del tentativo di depistaggio circa la morte di Salvatore Marino)? E per quali meriti?
E chi, prima dell’uccisione del Gen. Dalla Chiesa, conosceva il figlio Nando?
E perché finiscono tutti a sinistra quando, per taluni casi, sono addirittura noti gli orientamenti politici di segno opposto delle vittime?
Ed ancora: qualcuno ha mai offerto una candidatura o un seggio in Parlamento, in Regione o in altre pubbliche assisi ai parenti delle vittime dal nome non altisonante (scorte)? Qualcuno ne ricorda i nomi, i visi, le gesta, i trascorsi e le lacrime, le sofferenze, il dolore dei congiunti, fatta eccezione delle celebrazioni commemorative di circostanza?
E dunque quali meriti avranno mai acquisito questi eroi diventati tali per grado consanguineo, diretto o collaterale? Con quali gesta ed imprese avranno mai illustrato la Patria al punto di vestirsi di un’autorità, dettare comportamenti ed intimare scelte nientemeno che al Presidente della Repubblica ed al Ministro di Giustizia?
E perché chi non è morto combattendo sul campo deve correre il rischio di essere infangato quasi debba essere necessariamente colluso o contiguo per non essersi fatto ammazzare?
Possibile che la lotta alla mafia l’abbia fatta solo una sparuta pattuglia di kamikaze?
Nelle pieghe delle varie vicende giudiziarie palermitane spesso sono emerse verità inconfessabili che il Giudice della Suprema Corte, dr. Corrado Carnevale, pur sempre componente di un Collegio, poneva a base della sua famosa affermazione: “Non sono io che ammazzo le sentenze, è che queste, come i processi, sono nate morte!”
Nel tentativo di celare condotte e comportamenti degli “eroi morti” (anche loro sono stati essere umani con pregi e difetti, debolezze ed aspirazioni, ambizioni - talora anche smodate - e delusioni), assurti a miti o a simboli di uno stato debole e poco credibile al punto di aver bisogno di siffatte tragiche rappresentazioni per elaborare e varare un atto normativo (vds. normativa antimafia del settembre 1982), verità fattuali sono state alterate o omesse e mai evidenziate o confutate dagli esponenti di Cosa Nostra o dai loro difensori in stretto ossequio al codice d’onore interno all’organizzazione criminale.
Talora, quasi in senso iconoclastico ed ironico, si è fatto riferimento alla capacità della mafia siciliana di produrre una giustizia propria effettiva, veloce ed efficace: indagini, istruttoria, processo, sentenza, esecuzione.
Purtroppo non è folklore. Questa è la storia delle guerre di mafia del secolo scorso e dell’era del potere sanguinario corleonese.
Il fenomeno del pentitismo di mafia in Italia ha avuto conseguenze nefaste: manipolazioni, strumentalizzazioni per fini anche di lotta politica interna, incalcolabile perdita di professionalità in seno alla polizia giudiziaria, esibizionismo ed ambizioni, notorietà e carriere rapidi e facili in magistratura e nelle forze dell’ordine mediante la semplice acquisizione della “campagna Sicilia”, messi di pseudo scrittori e giornalisti con le loro “verità” su tanti anni di mafia, vetrine in talk show e programmi televisivi di intrattenimento di genere vario, interviste esclusive ad una élite di pochi depositari della verità assoluta e dunque presenzialismo ossessionante in tutti i media ed in alcune trasmissioni che vanno per la maggiore proprio a ragione del loro settarismo ideologico.
Contemporaneamente, le dichiarazioni dei collaboranti, quant’anche non utilizzabili per fini processuali, concorrono ad ingrossare le schedature ed i fascicoli – sia informatici delle banche dati sia cartacei – delle istituzioni preposte, salvo far gridare allo scandalo ed ai soliti “servizi deviati” quando si perviene alla scoperta di un archivio alla Pio Pompa o alla Giuliano Tavaroli!
Ma ciò avviene quotidianamente in tutte le questure, i commissariati e le stazioni CC d’Italia!
Siamo tutti schedati - e c’è chi sostiene anche intercettati - e basta una notizia, un’informazione non riscontrata per diffamare e per inibire al comune cittadino l’accesso ad una autorizzazione, ad una licenza, in una parola ad un diritto, negato poi con motivazioni più o meno fondate dal punto di vista burocratico - amministrativo.
E’ questa la sub-cultura che oggi caratterizza anche gli atti discrezionali della pubblica amministrazione e limita fortemente l’esercizio della democrazia e delle libertà.
Una magistratura che utilizza il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale sulla base di fini specifici e calcoli partigiani non garantisce lo stato di diritto.
Un’autorità che impiega danaro pubblico per intercettare veline e ballerine mentre un’intera regione è sommersa da immondizie di ogni genere non è degna di rispetto, specie quando quella stessa autorità afferma che quel comparto, in tutta la sua filiera, è gestito in via esclusiva dalla camorra.
Possibile che a Napoli, in quasi 15 anni, nessuno sia andato in galera, non dico condannato?
Ci si meraviglia ancora del luridume da terzo mondo dei treni italiani quando le Ferrovie dello Stato sperperano in appalti caterve di milioni di euro per le disinfestazioni e le pulizie: ma sa il cittadino che le stesse Ferrovie impiegano propri ispettori per controllare e verificare l’effettività e l’efficienza del servizio in outsourcing, e che questi compilano rapporti non certo favorevoli alle imprese appaltatrici ricevendo in cambio avvertenze e minacce di ogni tipo spesso rafforzate dagli interventi da calmiere degli stessi dirigenti pubblici? Non è mafia questa? Non siamo tutti vittime?
E dove sono finiti i moralisti ed i professionisti dell’antimafia?
Perché non invocano, non gridano, non minacciano, non intimidiscono, non pretendono che si ponga finalmente fine a tanti scempi nazionali?
No, è molto più semplice, facile e comodo aizzare, incendiare gli animi, dividere, polemizzare sul povero Bruno Contrada, doppiamente vittima: della giustizia ingiusta e della crudeltà e sete di vendetta senza senso di tutti costoro e di coloro che prossimamente verranno nelle trasmissioni televisive della Rai pubblica ad ammannirci con la solita, stantia solfa in difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, dell’intoccabilità di miti e simboli e della certezza della pena a senso unico.
Siamo stufi.
Che Dio li perdoni!
Gennaro Scala
Ufficiale CC in pensione
Roma, 27 dicembre 2007
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