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    Intervista a Borsellino su Berlusconi, Dell'Utri. -Andreotti




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    Autore Messaggio
    sag
     Oggetto del messaggio: Intervista a Borsellino su Berlusconi, Dell'Utri. -Andreotti
    MessaggioInviato: 22 dic 2007, 12:54 

    Iscritto il: 27 gen 2007, 19:06
    Messaggi: 3280

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    INTERVISTA DI BORSELLINO 19 Maggio 1992
    Ecco la trascrizione dell'intervista rilasciata dal magistrato Paolo Borsellino il 19 Maggio 1992 ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, così come è andata in onda in televisione. L'intervista venne registrata quattro giorni prima dell'attentato di Capaci in cui fu ucciso Giovanni Falcone. Due mesi dopo (1l 19 luglio) lo stesso Borsellino fu ucciso nell'attentato di via D'Amelio a Palermo.

    Borsellino

    Sì, Vittorio Mangano l'ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come "uomo d'onore" appartenente a Cosa Nostra.

    Giornalista
    "Uomo d'onore" di che famiglia?

    Borsellino
    L'uomo d'onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precdenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitulamente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.

    Giornalista
    E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?

    Borsellino
    Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti risulta l'interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio mafioso delle famiglie palermitane, preannuncia o tratta l'arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli.

    Giornalista
    Comunque lei in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.

    Borsellino
    Si, tra l'altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga.

    Giornalista
    Dell'Utri non c'entra in questa storia?

    Borsellino
    Dell'Utri non è stato imputato del maxi processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.

    Giornalista
    A Palermo?

    Borsellino
    Sì, credo che ci sia un'indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.

    Giornalista
    Marcello Dell'Utri o Alberto Dell'Utri?

    Borsellino
    Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di Dell'Utri Marcello e Alberto, di entrambi.

    Giornalista
    I fratelli

    Borsellino
    Sì.

    Giornalista
    Quelli della Publitalia?

    Borsellino
    Sì.

    Giornalista
    Perché c'è nell'inchiesta della San Valentino, un'intercettazione fra lui e Marcello Dell'Utri in cui si parla di cavalli.

    Borsellino
    Beh, nella conversazione inserita nel maxi-processo, si parla di cavalli da consegnare in albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all'ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l'albergo.

    Giornalista
    C'è un socio di Marcello Dell'Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell'Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade.

    Borsellino
    Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose, si è parlato addirittura in un certo periodo almeno di duemila uomini d'onore con famiglie numerosissime, la famiglia di Stefano Bontade sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200, si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.

    Giornalista
    Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?

    Borsellino
    So dell'esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato pesonalmente.Giornalista
    Perché quanto pare, Rapisarda, Dell'Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia.

    Borsellino
    Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Rapisarda e Dell'Utri, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi ripeto sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.

    Giornalista
    Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell'Utri, siano collegati a uomini d'onore tipo Vittorio Mangano?

    Borsellino
    All'inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa, un'impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.

    Giornalista
    Lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?

    Borsellino
    è normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.

    Giornalista
    Mangano era un pesce pilota?

    Borsellino
    Sì, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel nord Italia.

    Giornalista
    Si dice che abbia lavorato per Berlusconi?

    Borsellino
    Non le saprei dire in proposito o anche se le debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito. Non conosco quali atti siano ormai conosciuti, ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.

    Giornalista
    C'è un'inchiesta ancora aperta?

    Borsellino
    So che c'è un'inchiesta ancora aperta.

    Giornalista (in francese)
    Su Mangano e Berlusconi a Palermo?

    Borsellino
    Sì.
    Scritto alle 22:51:15 | Nessun commento | Nuovo commento
    Che cosa dice veramente la sentenza d’appello di Palermo:
    Che cosa dice veramente la sentenza d’appello di Palermo:

    Andreotti mafioso fino al 1980, ma assolto per prescrizione. E dopo? Quando decise davvero che la mafia era cattiva? I commenti (incredibili) di politici, avvocati, giornalisti, sulla “mafia buona”, sul “sapevamo tutti”…Per tre volte, nella sua lunghissima vita politica, Giulio Andreotti ha bruciato le navi, si è tagliato i ponti alle spalle. Per tre volte ha compiuto una svolta radicale: cambiando tutto per non cambiare niente. La prima volta è stata nel 1974, quando in una clamorosa intervista ha «bruciato» Guido Giannettini, l’informatore dei servizi segreti ricercato per la strage di piazza Fontana in contatto con gli stragisti neri. La seconda è stata nel 1990, quando ha ammesso l’esistenza di Gladio e ha reso pubblico un primo, parziale elenco dei membri della pianificazione segreta anticomunista. La terza è stata quando lo «zio Giulio», dopo anni di «amichevoli rapporti» con i boss siciliani, ha voltato le spalle a Cosa nostra.

    Quando è avvenuta la terza svolta? Nella primavera del 1980, dicono le motivazioni della sentenza d’appello di Palermo del processo ad Andreotti Giulio, imputato di associazione per delinquere e associazione di tipo mafioso. È avvenuta molti anni dopo, all’inizio degli anni Novanta, dicono invece alcuni studiosi di cose mafiose. Comunque sia, oggi almeno una cosa si può affermare: Giulio Andreotti – senatore a vita della Repubblica italiana, sette volte presidente del Consiglio, l’immagine stessa del potere in Italia – è stato strettamente legato ai boss. Sarebbe stato condannato per i fatti fino alla primavera 1980, se la sentenza non fosse arrivata troppo tardi: l’associazione per delinquere si prescrive infatti dopo 22 anni e mezzo, quindi nell’inverno 2002. La sentenza è arrivata il 2 maggio 2003. Andreotti, dunque, ha evitato la condanna per pochi mesi.

    Ha un bel dire, il presidente della Camera Pierferdinando Casini, che la storia la devono scrivere gli storici e non i giudici. Gli storici non potranno fare a meno di leggere anche questa sentenza, che allinea una serie di fatti – rapporti, contatti, incontri, connivenze, scambi – tra «zio Giulio» e i boss. Fatti provati. E non sarebbe male che la leggessero anche i politici, per evitare di rilasciare dichiarazioni inadeguate. «E i fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono, comunque, (…) che il senatore Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza». Così dice la sentenza. «Di questi fatti, comunque si opini sulla configurabilità del reato, il senatore Andreotti risponde, in ogni caso, dinanzi alla Storia».

    Il caso Mattarella. Continuano i giudici: «La manifestazione di amichevole disponibilità verso i mafiosi è stata consapevole e autentica e non meramente fittizia». Conseguenza: «La manifestazione di amichevole disponibilità verso i mafiosi, proveniente da una personalità politica così eminente e così influente, non ha potuto, di per sé, non implicare la consapevole adduzione alla associazione di un rilevante contributo rafforzativo». In altre parole: Cosa nostra, la più pericolosa organizzazione criminale italiana, è stata rafforzata in maniera rilevante dall’«amichevole disponibilità» di un politico così potente. Ce n’è abbastanza per giustificare un civile disprezzo per il senatore, o almeno per smetterla di invitarlo ai talk show o d’intervistarlo con deferenza su ogni argomento?
    L’episodio più agghiacciante che i giudici gli addebitano è la vicenda Mattarella. Piersanti Mattarella, leader democristiano e presidente della Regione siciliana, viene ucciso il giorno dell’Epifania, il 6 gennaio 1980. Gli sparano sotto casa, a Palermo, mentre con la moglie, la madre e i suoi due figli sta per uscire dal garage, diretto a messa, alla parrocchia di San Francesco da Paola. Anni dopo, il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia spiega: «Dopo avere intrattenuto rapporti amichevoli con i cugini Salvo e con Stefano Bontate, ai quali non lesinava favori, Mattarella successivamente aveva mutato la propria linea di condotta». Voleva ripulire la Dc siciliana. Aveva rotto con le vecchie amicizie. Era entrato in rotta di collisione, per esempio, con l’onorevole democristiano Rosario Nicoletti. Nicoletti, testimonia Marino Mannoia, «riferì a Bontate».

    I vertici di Cosa nostra, preoccupati per l’atteggiamento di Mattarella, chiedono allora un incontro con il loro massimo referente politico, Giulio Andreotti. E la richiesta è rapidamente soddisfatta. Il grande statista scende a Palermo e si incontra con i suoi: l’onorevole Salvo Lima, i cugini Salvo, l’onorevole Nicoletti. E con il capo di Cosa nostra, Stefano Bontate. Il vertice tra Andreotti e Bontate avviene in una riserva di caccia, tra la primavera e l’estate del 1979. Ma Mattarella non cambia linea e così viene eseguita la sentenza di morte. Nicoletti non regge al rimorso e si uccide. Andreotti torna in Sicilia, torna a incontrarsi con Bontate: fa le sue rimostranze, come dopo un piccolo sgarbo, un affare andato male. Non una denuncia, non una parola ai magistrati. Dopo molti anni, Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti, dichiara a verbale: «Conoscevo Piersanti Mattarella. Dopo che questi fu ucciso, chiesi pure a Salvo Lima che cosa ne pensasse. Egli mi rispose con questa sola frase: Quando si fanno dei patti, vanno mantenuti».

    Ora la sentenza, dopo 22 anni e mezzo più qualche mese, dice: «I fatti non possono interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo». Ma Andreotti incassa l’assoluzione «e per il resto, amen». Altri, attorno a lui, minimizzano, dicendo che, in fondo, «tutti sapevamo da tempo» (Giuliano Ferrara), o che la colpa di Andreotti è di aver accettato il «quieto vivere», che le sue responsabilità sono quelle, politiche, di aver creato in Sicilia un blocco di potere che inglobava anche la mafia (Emanuele Macaluso). Ma è «risaputo», è «politico», è «quieto vivere» incontrare almeno un paio di volte il capo di Cosa nostra e discutere con lui – animatamente, per carità – dell’omicidio di un compagno di partito in Sicilia?

    La svolta. Dicono i giudici che la svolta avviene «progressivamente» dopo il 1980, dopo l’omicidio di Mattarella. In quell’occasione, Andreotti «non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità e i loro disegni: il predetto, invece, ha, sì, agito per assumere il controllo della situazione critica e preservare la incolumità dell’onorevole Mattarella, che non era certo un suo sodale, ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro, che, in quel contesto, non possono interpretarsi come meramente fittizie e strumentali».

    Eppure molti commenti hanno, anche in questo caso, minimizzato, giocando con le parole: Andreotti avrebbe avuto rapporti, in fondo, con l’«ala moderata» di Cosa nostra, o addirittura la «mafia buona» (Giulia rovengano). In che cosa consisteva la «moderazione» (o la «bontà») della Cosa nostra di Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Tano Badalamenti? Furono loro a entrare alla grande nel business dell’eroina, diventando raffinatori in Sicilia e esportatori verso gli Usa. Furono loro a scatenare l’offensiva «colombiana» del 1979, una mattanza senza precedenti in cui furono ammazzati il capo della Squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il capo del giudici istruttori Cesare Terranova, il procuratore della Repubblica Gaetano Costa, il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Furono loro a eliminare Peppino Impastato, quello dei Cento passi. Di questa mafia Andreotti fu sodale, intraprendendo «una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo».

    Dopo l’80, però, il senatore si sarebbe progressivamente staccato dall’antico sodalizio: i suoi giudici hanno ritenuto insufficienti le prove portate dall’accusa sui contatti successivi. Ma nel 1981 Bontate viene ucciso durante la guerra di mafia scatenata dai corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano. E gli uomini di Andreotti in Sicilia, da Lima ai cugini Salvo, non soccombono insieme ai «perdenti»: annusata l’aria, li abbandonano e passano con i corleonesi. Per un’altra decina d’anni. Andreotti, il loro capo a Roma, non sapeva, non vedeva, non capiva? Nel 1982 viene ucciso il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, che prima di partire per Palermo passa da Andreotti per dirgli che non avrà riguardo per la «famiglia politica più inquinata dell’isola» e il senatore «sbiancò in volto».
    È solo alla soglia degli anni Novanta che le cose cambiano davvero. Andreotti capisce che il sistema non regge più e (come aveva fatto per le «stragi di Stato» e per Gladio) manovra per sganciarsi dai cattivi rapporti siciliani. Lascia mano libera, al ministero della Giustizia, a Claudio Martelli e al suo nuovo direttore degli Affari penali, Giovanni Falcone. Non si mobilita perché la Cassazione blocchi le condanne definitive ai mafiosi per il maxiprocesso di Palermo. È solo allora che Cosa nostra prende atto del «tradimento» e avvia la stagione della resa dei conti: il 12 marzo 1992, a Mondello, uccide il proconsole di Andreotti nell’isola, Salvo Lima. Negli ultimi attimi prima della morte, forse gli sarà tornata alla mente la frase detta qualche anno prima a Evangelisti: «Quando si fanno dei patti, vanno mantenuti».


    Scritto alle 21:35:34 | 1 commento | Nuovo commento
    03 Dicembre 2007
    Nel mirino di Giuffrè c'è anche Berlusconi
    Nel mirino di Giuffrè c'è anche Berlusconi

    L'ex numero due di Cosa Nostra, pentito di recente, attacca Dell'Utri: "La mafia ha fatto campagna elettorale per lui". "E'un millantatore" replica il senatore. Giuffrè coinvolge anche il premier.
    PALERMO - E' un fiume in piena Antonino Giuffrè, il "vice" del capo di Cosa Nostra pentitosi recentemente. Le sue dichiarazioni sono un duro attacco a Forza Italia. Nel mirino delle sue accuse c'è soprattutto il senatore Marcello Dell'Utri. Ma le sue rivelazioni toccano perfino il premier. I Graviano, dice, erano il tramite tra la mafia e Berlusconi.

    Le accuse al premier. ''I boss Filippo e Giuseppe Graviano insieme all'imprenditore Gianni Ienna facevano da tramite direttamente fra Cosa Nostra e Berlusconi'' sostiene Antonino Giuffrè nel verbale di un interrogatorio depositato dai pm nel processo per concorso in associazione mafiosa contro Marcello Dell'Utri. L'ex capomafia racconta che i boss della Cupola nel 1993 avevano deciso di appoggiare la nuova formazione politica ''di cui facevano parte gli uomini della Fininvest''.

    Perché questa scelta, chiede il pm? ''Signor procuratore - risponde il neopentito - Berlusconi era conosciuto come imprenditore e per le sue emittenti. E' una persona abbastanza capace di portare avanti un pochino le sorti dell'Italia''. Il pm chiede allora se in passato ''c'erano state altre occasioni in cui le dinamiche di Cosa nostra o le attività dell'organizzazione si erano incrociate con quella imprenditoriale di questo soggetto''. "Sapevamo - sostiene Giuffrè - il discorso dello stalliere, sapevamo di Mangano che era alle dipendenze di Berlusconi, insomma sapevamo già da tempo che c'era un certo contatto tra Cosa nostra e Berlusconi, grazie alla persona che aveva direttamente in casa. Poi vi erano altre persone che aveva nei punti chiave della sua amministrazione, diciamo un'altra...''. Il collaboratore, stando ai verbali, non aggiunge altro, e i magistrati non gli chiedono chi sia.

    Giuffrè ricorda anche come un tentativo di imporre il pizzo alla Standa in Sicilia fu deciso dallo stesso Totò Riina, su suggerimento del boss catanese Nitto Santapaola, perché quest'ultimo ''voleva intrattenere un rapporto diretto con Berlusconi''.

    Il caso Dell'Utri. Il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri avrebbe ricevuto invece, stando alle dichiarazioni di Giuffrè, un appoggio elettorale da parte di Cosa nostra nelle elezioni del '99.Immediata e dura è arrivata subito la reazione del senatore Dell'Utri: "Se nei giorni scorsi potevo avere solo dei dubbi circa il fatto che si trattasse di uno dei tanti millantatori in circolazione, oggi ne ho invece l'assoluta certezza''. Le parole del numero due di Provenzano, secondo il senatore di Forza Italia, non sono altro che le "assolute falsità dell'ultimo (o penultimo?) dei tanti 'dichiaranti ad effetto' susseguitisi in tutti questi anni''.
    Le dichiarazioni su Dell'Utri non sono l'unica pesante rivelazione fatta oggi dal pentito. A quanto afferma Giuffrè l'esplosivo piazzato da Cosa Nostra il 31 ottobre del '93 davanti all'Olimpico di Roma "doveva servire a colpire i carabinieri". Era, secondo Giuffré, un segnale preciso lanciato agli uomini dell'Arma: "Sarà stato uno dei soliti colpi di testa di Bagarella. Oppure si mirava ad aprire eventuali contatti tra carabinieri e Cosa Nostra"
    Secondo Giuffrè il boss latitante Bernardo Provenzano sarebbe riuscito ad agganciare i vertici di Forza Italia per presentare una serie di richieste su alcuni argomenti che interessavano l'organizzazione: l'abolizione del regime carcerario del 41 bis, la revisione dei processi, la legge sui collaboratori di giustizia, la legge sul sequestro dei beni. Il pentito ha aggiunto che Provenzano voleva ottenere anche l'alleggerimento della pressione sulle cosche da parte della magistratura.
    La ricerca di "referenti". Giuffrè sostiene di aver appreso queste notizie direttamente da Provenzano nel gennaio '93, in un incontro con i boss Pietro Aglieri e Carlo Greco. Il capo di Cosa Nostra gli avrebbe assicurato che ''questi nuovi referenti politici nell'arco di dieci anni avrebbero fatto ottenere questi risultati". La ricerca di nuovi referenti politici si sarebbe resa necessaria dopo la rottura con la Dc a causa dell'omicidio di Salvo Lima.

    Sul rapporto tra Cosa Nostra e quella che il pentito definisce "una nuova formazione politica", Giuffré dice: "Vi sono state due fasi. Quella dell'acquisizione delle 'garanzie' e quella della ricerca dei referenti 'giusti' sul territorio per le varie elezioni, e cioè candidati almeno apparentemente 'puliti', non dovevano essere sotto inchiesta della magistratura, e quindi non potevano avere alcun timore a portare avanti la politica che interessava a Cosa nostra".

    Dell'Utri, insieme all'imprenditore Giovanni Ienna e ai boss Filippo e Giuseppe Graviano, Giovanni Brusca,Vittorio Mangano, Filippo Maria Berruti e Salvatore Di Gangi, sarebbero stati gli uomini "giusti" per giungere ai vertici dei nuovi partiti. La garanzie politiche Cosa Nostra, afferma Giuffré, le avrebbe pagate, non proseguendo nella strategia stragista.
    E il processo Dell'Utri, intanto, continua. Il senatore Dell’Utri ha fatto sapere che non si farà interrogare. "I risultati probatori – spiegano i suoi difensori - fino a oggi acquisiti dimostrano la totale infondatezza dell’ipotesi accusatoria. Il senatore Dell'Utri nel corso delle varie spontanee dichiarazioni già rese e di quelle che renderà, permetterà ai giudici di ottenere i necessari chiarimenti sulle accuse imbastite nei suoi confronti. Per tale ragione, e anche in considerazione del lunghissimo lasso di tempo oggetto della contestazione, 32 anni, non intendiamo permettere che taluno demonizzi fisiologici ricordi sbiaditi. Abbiamo assunto la decisione di non far sottoporre il nostro assistito all'esame dei pm".


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