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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 29 dic 2009, 15:39 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    Tentata estorsione. Arrestato esponente di spicco del clan Laudani

    Le manette scattate per Giuseppe Borzì, accusato di aver chiesto il pizzo ai danni di un'importante struttura alberghiera di Letojanni

    E' accusato di tentata estorsione ai danni di un imprenditore, titolare di un'importante struttura alberghiera di Letojanni. La Polizia di Taormina ha arrestato in esecuzione di un'ordinanza di carcerazione Giuseppe Borzì, 32 anni, elemento di spicco dell'organizzazione mafiosa del clan 'Laudani' di Catania. Con l'arresto del trentaduenne si chiude il cerchio sulle indagini portata avanti dagli agenti del commissarito di Taormina, guidati dal dirigente Renato Panvino, su una tentata estorsione ai danni di un'importante struttura alberghiera di Letojanni.

    Il 13 ottobre scorso dopo 90 giorni di intercettazioni telefoniche e ambientali, gli agenti del commissariato di Taormina avevano arrestato due minorenni S.M.G. e R.S.di 16 e 17 anni, accusati di tentata estorsione aggravata ai danni della struttura alberghiera di Letojanni. Qualche mese prima era finito in manette il trentunenne Giovanni Pennisi, tutti elemnti gravitanti attorno al clan catanese dei Laudani.

    Per 3 mesi gli agenti avevano seguito le mosse di varie persone fino a giungere all'identificazione dei quattro arrestati che seguivano il copione classico delle estorsioni. Avevano cominciato con le intimidazioni ai dipendenti, arrivando persiuno a gettare su alcuni impiegati del liquido infiammabile minacciandoli di dargli fuoco se il titolare non si fosse piegato alle richieste estorsive di 100 mila euro da versare in un’unica soluzione oppure in rate di 2.500 euro al mese.

    Il clan Laudani è considerato uno dei più potenti gruppi criminali del catanese. L’associazione è operante principalmente nel settore delle estorsioni, dell’usura e del traffico di sostanze stupefacenti nell’area di San Giovanni La Punta e nel quartiere Canalicchio di Catania, con ramificazioni in tutta la provincia etnea fino ai comuni della fascia ionica, tra i quali Giardini Naxos e Taormina.


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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 29 dic 2009, 15:41 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    (AGI) - Caltanissetta, 29 dic. - Altre due persone sono state fermate dai carabinieri di Caltanissetta nell'ambito delle indagini su un gruppo armato di Sommatino che secondo gli investigatori si apprestava a un'offensiva contro il clan mafioso di San Cataldo per assumere il controllo degli affari nella zona. Ieri erano stati eseguiti gia' 8 fermi e un arresto. In carcere sono ora finiti anche Salvatore Lombardo, 32 anni, di Marianopoli e Calogero Ferrara, 21 anni, di San Cataldo, associazione per delinquere e porto e detenzione illegale di armi da sparo comuni e da guerra. Ieri un un'ovile di Sommatino i carabinieri avevano sequestrato un arsenale comprendente anche una bomba a mano oltre a fucili e pistole, secondo gli inquirenti da utilizzare per uccidere personaggi mafiosi di San Cataldo con l'intenzione di soppiantarli nella gestione delle estorsioni e delle pompe funebri. Lombardo, che ha precedenti per estorsione, furto e danneggiamento, e' considerato uomo di fiducia del capo del gruppo, Cosimo Di Forte, fermato ieri. Le indagini avevano preso avvio dal tentato omicidio di Stefano Mosca, titolare di un'agenzia di funebre a San Cataldo e nipote di Salvatore Cali', ucciso a San Cataldo lo scorso anno a Natale.


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     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 15 gen 2010, 12:04 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    La casa di Badalamenti all'associazione di Peppino


    Ormai non ci sono più dubbi, la casa del boss di Cinisi Gaetano Badalamenti, sequestrata dallo Stato, sarà affidata proprio all’associazione che porta il nome del nemico numero uno del padrino, Peppino Impastato. Se fosse ancora vivo chissà come avrebbe reagito Peppino alla notizia che la consegna di quella casa, a cento passi dalla sua, grazie alla decisione definitiva della Corte di Cassazione, ha fatto segnare una grande vittoria per tutto il popolo dell’antimafia.

    Peppino, ucciso dalla mafia il 9 maggio del 1978, proprio il giorno in cui a Roma veniva trovato il cadavere di Aldo Moro, nella sua trasmissione su Radio Out, Onda Pazza, lo chiamava Tano Seduto, sindaco di Mafiopoli e quando ne parlava lo faceva sempre a testa alta.

    Le due case, quella del boss e quella del militante di democrazia proletaria si trovano sulla stessa strada. Quella di Peppino, in cui ha vissuto la mamma Felicia fino al giorno della sua morte nel 2004, e oggi trasformata in un luogo della memoria e di lotta civile, è al numero 220 del centralissimo Corso Umberto. Quella dei Badalamenti è dall’altra parte della stessa strada, al numero 183. Le porte della prima sono aperte a tutti, le finestre della seconda sono sbarrate da persiane di legno dietro una ringhiera in ferro battuto. Al numero 220 c’è una targa che ricorda Peppino, sul portone dei Badalamenti non ci sono nemmeno un citofono o una piastrina che riportino il nome dei proprietari.

    “Per noi è stata una grande vittoria – ci ha raccontato Giovanni Impastato, fratello di Peppino – un sogno che si è realizzato e che fa crescere la speranza per un futuro migliore”.

    La famiglia di Peppino e quella di Badalamenti si frequentavano. Giovanni Impastato ricorda che, da piccolo, il portone al numero 183 l’ha varcato diverse volte. “Da bambino rimanevo sempre colpito dallo sfarzo di quella casa – racconta - C’era opulenza lì dentro. Lo si capiva subito dai trenta scalini in onice che si dovevano salire per arrivare al secondo piano. Lo scorrimano era in legno massiccio, sempre tirato a lucido”. Nei ricordi di quasi 50 anni fa ci sono oggetti preziosi segno del potere del boss di Cinisi.

    La casa dunque sta per respirare aria nuova, spiega Giovanni: “La nostra associazione avrà modo di continuare il lavoro già iniziato con la casa della memoria, quella in cui siamo stati una famiglia. Adesso qui i progetti si potranno moltiplicare”.

    Negli ultimi anni solo la moglie di Tano Badalamenti ha fatto ritorno a Cinisi per rientrare nella sua casa, ma lo ha fatto sempre quasi di nascosto, l’ultima volta solo tre mesi fa per fare prendere un po’ di aria all’edificio, prima di tornare al suo rifugio di Castellammare del Golfo.

    www.tifeoweb.it


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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 16 gen 2010, 17:20 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    Casalesi, 16 ergastoli ai boss di 'Gomorra'.
    Saviano: non vittoria finale, è solo l'inizio


    Roma, 16 gen. - (Adnkronos) - Sono definitivi i 16 ergastoli inflitti ad altrettanti esponenti del clan dei Casalesi. Lo ha deciso ieri la prima Sezione penale della Cassazione, presieduta da Edoardo Fazzioli, che ha bocciato i ricorsi (in totale erano 24) presentati a piazza Cavour. In questo modo la Suprema Corte ha confermato la decisione del secondo grado del processo 'Spartacus' che si concluse con la condanna all'ergastolo per i boss del clan camorrista di Casal di Principe.


    In quel contesto furono confermati tutti i 16 ergastoli inflitti in primo grado ai boss del clan dei Casalesi, il cui controllo economico e criminale del territorio era stato descritto nel best seller di Roberto Saviano 'Gomorra'. Con questa decisione la Cassazione si è allineata alle richieste avanzate dal sostituto procuratore generale Mario Fraticelli che, lo scorso 15 dicembre, nella sua requisitoria aveva sottolineato che i vari omicidi compiuti dai boss del clan dei Casalesi dimostravano la sussistenza dei reati e sono stati la dimostrazione di come il clan agiva "per il controllo del territorio".

    Tra le condanne confermate spicca quella per Francesco Schiavone, detto 'Sandokan', di Francesco Bidognetti e dei latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine. Il massimo della pena è stato inflitto anche a Giuseppe Caterino, Mario Caterino (latitante), Cipriano D'Alessandro, Raffaele Diana (latitante), Enrico Martinelli, Sebastiano Panaro, Giuseppe Diana, Francesco Schiavone 'Cicciariello', Walter Schiavone, Luigi Venosa, Vincenzo Zagaria e Alfredo Zara.

    Il primo grado del processo chiamato 'Spartacus' dal nome dello schiavo che si ribellò ai romani durò sette anni con 21 ergastoli e 95 persone condannate complessivamente.

    "Questo è l'inizio, non dobbiamo percepire questo successo del diritto e della giustizia come la vittoria finale", commenta lo scrittore Roberto Saviano, autore di 'Gomorra', ai microfoni di Sky Tg24.

    "Il processo Spartacus - ha detto Saviano - dopo 11 anni è arrivato a chiudersi tra grandi difficoltà, battaglie politiche e tentativi di delegittimare i magistrati e pentiti ma sono reati, quelli condannati, risalenti al 1996, quindi stiamo parlando di un processo su criminalità passata, questo è il paradosso. Oggi è sicuramente una vittoria ma più storica che reale".

    "E' la dimostrazione - ha concluso Saviano - che il clan esiste. Il collegio difensivo, per ben tre gradi di processo, sosteneva che la camorra in provincia di Caserta non esisteva, che erano soltanto bande criminali, che erano solo faide tra famiglie e che non esisteva imprenditoria criminale".

    -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------




    ROMA - "Le condanne definitive al clan dei casalesi dimostrano che la camorra non è imbattibile. Spero che questo sia solo l'inizio e non la fine di una battaglia necessaria". Commenta così lo scrittore Roberto Saviano la decisione della Cassazione.

    "Bisogna ricordare che i reati per i quali la Corte ha confermato le condanne emesse dai giudici del merito risalgono al 1996, quindi si è fatta giustizia per il passato - sottolinea Saviano - ma per il presente e per il futuro la strada è ancora lunga. Tuttavia, è anche su questa pronuncia definitiva che dovrà costruirsi l'azione di contrasto alle mafie, che solo attraverso il diritto potranno essere sconfitte".

    Per lo scrittore "Ora, però, il pensiero deve andare a tutti i morti ammazzati innocenti e agli africani che si ribellano ai poteri criminali in una terra dove in troppi abbassano la testa. A loro deve essere dedicata questa vittoria dello Stato. Una vittoria importante, un nuovo inizio sperando che su questi argomenti i media tengano sempre accesi i riflettori."






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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 22 gen 2010, 10:02 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    "Addio Pizzo", condanne a Palermo per 141 anni di carcere

    Sentenza nella notte, in carcere
    tredici dei 17 imputati alla sbarra
    Trent'anni ai boss Lo Piccolo

    PALERMO
    Pene per 141 anni di carcere sono state inflitte a 13 dei 17 imputati del processo denominato «Addio Pizzo» di Palermo che ha visto alla sbarra boss e gregari del pizzo di San Lorenzo. La sentenza è stata emessa nella notte, dopo quattro giorni di Camera di consiglio, dai giudici della seconda sezione del Tribunale di Palermo presieduta da Bruno Fasciana. Assolti i due commercianti, Maurizio Buscemi e Salvatore Catalano, che avevano negato davanti ai giudici di avere pagato il pizzo a Cosa nostra. Per loro i pm avevano chiesto due anni ciascuno.

    Le pene più pesanti sono state inflitte ai boss mafiosi Salvatore e Sandro Lo Piccolo: 30 anni a testa, quanti chiesti dalla Procura di Palermo alla fine della requisitoria. I magistrati della Dda che hanno rappresentato l’accusa nel processo, i pm Marcello Viola, Gaetano Paci, Francesco Del Bene e Annamaria Picozzi, del pool coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia, avevano chiesto complessivamente condanne ad oltre due secoli di carcere. Riconosciuti anche i danni alle associazioni antiracket di Palermo che si erano costituite parti civili: "Addio Pizzo", da cui prende il nome il processo, "Sos Impresa", Comune e Provincia di Palermo e altri commercienti che avevano denunciato il pizzo.

    I pm hanno contestato agli imputati circa 40 episodi estorsivi tra i quali quello ai danni dell’imprenditore Rodolfo Guajana che, nel 2008, subì un gravissimo attentato in cui andò distrutta la sede della sua ditta di ferramenta. Sono stati assolti Tommaso Contino, per il quale era stata chiesta la pena di 18 anni di reclusione, e Gaetano Fontana per il quale erano stati chiesti 12 anni. Queste le condanne: Luigi Giovanni Bonanno a 9 anni (per lui la Procura ne aveva chiesti 18); Francesco Paolo Di Piazza 12 anni; Massimo Giuseppe Troja, 16 anni; Vittorio Bonura a 9 anni e quattro mesi, Giuseppe Bruno, 3 anni e sei mesi; Antonino Ciminello 5 anni e 4 mesi; Rosolino Di Maio, 9 anni e 4 mesi; Stefano Fontana 4 anni; Giovan Battista Giacalone 9 anni e 4 mesi: Francesco Paolo Liga 3 anni.



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    Salvo
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 23 gen 2010, 04:55 

    Iscritto il: 29 gen 2007, 23:20
    Messaggi: 7945

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    Buone news.... in arrivo :lol:


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    beppemignemi
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 23 gen 2010, 17:53 

    Iscritto il: 10 ott 2007, 11:35
    Messaggi: 1272

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    Ma voi ce la vedete la Madonna che aiuta Vasavasa a difendersi nel processo?

    http://www.repubblica.it/cronaca/2010/0 ... a-2052861/

    In primo grado era stata esclusa l'aggravante mafiosa e la condanna era stata a 5 anni
    Il senatore Udc: "Sono innocente ma rispetterò la sentenza. Lascio ogni incarico di partito"
    Processo Talpe alla Dda, 7 anni a Cuffaro
    riconosciuto il favoreggiamento alla mafia
    di ALESSANDRA ZINITI

    Processo Talpe alla Dda, 7 anni a Cuffaro riconosciuto il favoreggiamento alla mafia

    L'ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro
    PALERMO - Sette anni di carcere e l'aggravante di avere agevolato Cosa nostra. E' questa la condanna inflitta a Salvatore Cuffaro dalla terza sezione della Corte d'appello di Palermo. Un verdetto più pesante rispetto a quello pronunciato dai giudici di primo grado che all'ex governatore della Sicilia, oggi senatore dell'Udc, inflissero una pena di cinque anni senza l'aggravante del favoreggiamento alla mafia.

    In appello sono state modificate anche le altre condanne: all'ex manager della sanità privata Michele Aiello è stata inflitta una pena di 15 anni e sei mesi per associazione mafiosa, in primo grado erano 14 gli anni di reclusione. Ed è stata modificata in concorso esterno all'associazione mafiosa la condanna per favoreggiamento all'ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo, per lui otto anni di carcere: in primo grado aveva avuto sette anni. La Corte, infine, ha dichiarato prescritto il reato contestato ad Adriana La Barbera per morte dell'imputata. Per il resto la sentenza di primo grado è stata interamente confermata.

    "So di non essere mafioso e di non avere mai favorito la mafia. Avverto, da cittadino, la pesantezza di questa sentenza che, però, non modifica il mio percorso politico", ha dichiarato Cuffaro, nell'aula bunker del carcere Pagliarelli subito dopo il verdetto di condanna. "Ciò non vuol dire - ha continuato - che le sentenze non debbano essere rispettate dal momento che sono espresse dalle istituzioni". Poi, in una nota, ha aggiunto: "So di non aver mai voluto favorire la mafia e di essere culturalmente avverso a questa piaga, come la sentenza di primo grado aveva riconosciuto. Prendo atto però della sentenza della corte di appello. In conseguenza di ciò lascio ogni incarico di partito. Mi dedicherò con la serenità che la Madonna mi aiuterà ad avere alla mia famiglia e a difendermi nel processo, fiducioso in un esito di giustizia".

    Nei confronti dell'ex presidente della Regione siciliana è scattata l'aggravante per il cosiddetto "episodio Guttadauro": l'attuale senatore dell'Udc avrebbe messo il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro in condizione di scoprire una microspia nel salotto di casa e questo è un fatto che, secondo l'accusa e secondo la terza sezione della Corte d'appello, presieduta da Giancarlo Trizzino, a latere il relatore Ignazio Pardo e Gaetano La Barbera, ha favorito l'intera associazione mafiosa.

    _________________
    anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio...
    anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti!


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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 27 gen 2010, 20:29 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    Sequestrati beni della mafia per 550 milioni di euro

    Colpo grosso al tesoro della mafia di Matteo Messina Denaro. La procura di Palermo, con la Dia e la guardia di finanza, ha operato quello che dagli inquirenti viene descritto come il più grande sequestro degli ultimi 10 anni. Si tratta dei beni riconducibili, secondo le indagini, a Rosario Cascio, imprenditore già condannato in via definitiva per mafia. Si tratta di una decina di società, quote capitali e una cinquantina di beni immobili fra terreni e fabbricati. Ci sono società per la produzione e vendita di calcestruzzo, inerti e conglomerati; ditte di costruzioni, ma anche di coltivazione viti-olivi-frutticole; autotrasporti, produzione ed esportazione prodotti agricoli e vini, gestione di impianti di distribuzione di carburanti e una concessionaria di auto. Il valore totale si aggira sui 550 milioni di euro.

    Rosario Cascio, spiegano gli inquirenti, negli ultimi 30 anni ha fatto parte del gotha imprenditoriale legato a Cosa nostra. Insieme ad Angelo Siino, oggi collaboratore di giustizia, ha gestito il sitema del "tavolino": il metodo di aggiudicazione pilotata degli appalti che vedere seduti allo stesso tavolo la mafia, la politica e l'imprenditoria. Il sistema prevedeva una rotazione degli aggiudicatari che ha fatto lievitare, per tutti gli anni '80 e parte dei '90, del 20 per cento i costi per la spesa pubblica in Sicilia rispetto al resto d'Italia. Tutti gli appalti venivano, infatti, aggiudicati col minimo ribasso possibile.
    L'ultima ordinanza di custodia cautelare notificata a Cascio è del 2008. Gli investigatori hanno scoperto che avrebbe riproposto il metodo del tavolino nelle province di Trapani e Agrigento. Aveva creato un consorzio di imprese al quale era obbligatorio aderire se si voleva lavorare alla opere pubbliche nelle due province siciliane. La tangente mafiosa era fissata al 3 per cento del valore delle opere.

    Ma, nonostante fosse in carcere, il potere di Cascio non diminuiva. "L'arresto non influisce negli equilibri di forza – spiega Roberto Scarpinato, magistrato della Dda di Palermo - in un territorio dove l'economia è una macchina di costruzione del consenso, assume centinaia di lavoratori, disciplina il libero commercio. Bisognava arrestare il suo patrimonio".
    In passato, infatti, il suo patrimonio è stato già sequestrato salvo poi essergli restituito perché si riteneva che potevano essere sequestrati i beni che erano direttamente coinvolti nella consumazione del reato. E le indagini della Dia hanno dimostrato come "una volta rientrato nella disponibilità di tale imprese a novembre 2001", sia queste che lo stesso Cascio "abbiano innalzato immediatamente e rapidamente le proprie consistenze economiche" mentre, fra il 1993 e il 2000, quando le aziende erano sotto sequestro "subirono un brusco rallentamento nella loro crescita, sino ad allora cospicua, con una netta diminuzione del volume d'affari, degli utili e della patrimonializzazione". Contemporaneamente anche i redditi di Cascio subirono un sensibile calo.

    Gli inquirenti ritengono che dietro Cascio ci sia l'imprendibile Matteo Messina Denaro, ad oggi probabilmente il capo di tutta Cosa nostra. A lui, infatti, si rivolge chi vuole comunicare con il latitante di Castelvetrano, nel Trapanese. Un territorio-fortezza. Qui il consenso intorno a Messina Denaro è solido e superiore rispetto a quanto accade a Palermo. Nel capoluogo Cosa nostra si divide, si fraziona. Nel Trapanese il consenso è così forte e radicato che crea un "cuscinetto di protezione" come dice Scarpinato. Non si ricorre infatti all'imposizione del "pizzo" a tappeto ma le fonti di guadagno "derivano dall'imprenditoria mafiosa. Matteo Messina Denaro è a capo della dei colletti bianchi – conclude Scarpinato - un think tank mafioso".

    27 gennaio 2010




    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLi ... iew=Libero


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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 27 gen 2010, 20:31 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLi ... iew=Libero

    La mafia fattura 135 miliardi a danno dei commercianti

    Mille e trecento reati al giorno, 54 l'ora, quasi uno al minuto. Una escalation di "attività criminali", dal racket, all'usura, ai furti, alle rapine, a danno dei commercianti, che fruttano all'azienda "Mafia spa" circa 135 miliardi di euro e un utile che sfiora i 70 miliardi, al netto di investimenti e accantonamenti. A confermare, anche in tempi di crisi, il florido stato di salute della criminalità organizzata, è l'annuale rapporto Sos Imprese "Le mani della criminalità sulle imprese", presentato, a Roma, da Confesercenti, che elenca, una per una, tutte le azioni criminose, subite, nel 2009, da piccole, medie imprese dal commercio: 160mila taglieggiamenti, 200mila vittime di usura, 500mila truffati, 90mila rapine e furti. Solo con i 24 miliardi di "fatturato" del racket e dell'usura, lancia una provocazione il presidente di Confesercenti, Marco Venturi, si "potrebbero creare almeno 200mila posti di lavoro, specie al Sud - dove, come noto, è prevalente il fenomeno criminoso - e a favore dei giovani".

    E rispondendo a una domanda del Sole24Ore.com sulle indiscrezioni, circolate in questi giorni, circa possibili contatti con imprese italiane per far "rimpatriare" illecitamente capitali dall'estero, aggirando la normativa sullo scudo fiscale, il presidente Venturi ha escluso possibili interessamenti alle aziende del commercio. Si tratterebbe, spiega, di un'operazione molto complicata da realizzare, visto che parliamo, prevalentemente, di piccole imprese, individuali o a gestione familiare, dal giro d'affari, quindi, circoscritto e contenuto, che difficilmente potrebbero essere utilizzate per "parcheggiare" grandi somme di denaro, come quelle a cui si rivolge la normativa sullo scudo, recentemente prorogata al 30 aprile prossimo. In ogni caso, prosegue, «monitoreremo il fenomeno», e diremo «no a tutte quelle richieste che non sono legittime».

    Dal rapporto emerge come siano prevalentemente quattro le "attività economiche" preferite dalla mafia: edilizia (in particolare, il settore delle concessioni), commercio, specie grande distribuzione, autotrasporto e giochi e scommesse. E non cambiano, sottolinea il presidente di Sos Imprese, Lino Busà, gli "strumenti normativi" utilizzati per controllare il giro d'affari illegale: srl, magari, in franchising, o società in partecipazione, con imprese o singole persone, incensurate, a fare da prestanomi. (Claudio Tucci)

    Rispetto al passato, è, però, cresciuta la risposta dello Stato: 200 latitanti arrestati negli ultimi mesi, 4mila arresti mafiosi, la camorra casertana colpita duramente, beni sequestrati per oltre 5 milioni di euro. In aumento, anche, il numero di denunce per usura: nel periodo 2004-2007, evidenzia lo studio, le persone denunciate sono salite da 995 a 1.313. Ma servono, sottolinea Venturi, "politiche agevolative" per gli imprenditori che denunciano. A partire, da un più semplice accesso al credito. «Bisogna smetterla - ha dichiarato - di considerarlo un "soggetto a rischio" quando bussa alle porte del sistema creditizio».

    Al Governo, poi, il presidente di Confesercenti chiede un "pacchetto Giustizia", che renda, effettivamente, "certa la pena" e vada, oltre, «le semplici logiche risarcitorie». Semplici e chiari gli obiettivi da perseguire, anche con un maggior accordo e condivisione tra imprese, cittadini e istituzioni: «aver la forza di escludere, con rigore, le imprese colluse da appalti e forniture pubbliche e pensare, invece, a percorsi preferenziali per chi si ribella al racket».
    27 gennaio 2010



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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 29 gen 2010, 16:21 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    (AGI) - Catania, 29 gen. - Beni per 2 milioni di euro sono stati sequestrati dalla Direzione investigativa antimafia di Catania, in esecuzione di un decreto di sequestro preventivo emesso dal Gip del capoluogo etneo, che ha accolto la proposta avanzata dalla locale Dda. Il provvedimento ha colpito il patrimonio di Orazio Grimaldi, catanese di 55 anni, condannato con sentenza definitiva a due anni di carcere per associazione mafiosa nell'ambito del processo "Dionisio". Grimaldi, titolare di una societa' di costruzioni, di fatto controllata da Francesco Mangion, boss del clan Santapaola, forte dell'appartenenza alla cosca, si e' aggiudicato diversi appalti, tra cui quello relativo ai lavori di manutenzione della sala consiliare di Palazzo degli Elefanti del Comune di Catania. Tra i beni sequestrati una lussuosa villa, un immobile, due societa', diverse quote societarie, un automezzo e una polizza assicurativa. Le indagini di natura patrimoniale della Direzione investigativa antimafia hanno interessato un arco temporale compreso tra il 1990 al 2009 e sono state finalizzate a rilevare la capacita' reddituale di Grimaldi e del suo nucleo familiare. In tal modo sono stati individuati diversi cespiti patrimoniali che, benche' formalmente intestati ai congiunti dell'imprenditore, sono stati ritenuti a lui riconducibili. Evidenziata anche la forte sperequazione tra i redditi dichiarati e il patrimonio posseduto.


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