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    Autore Messaggio
    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 13 nov 2009, 20:11 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    Con Addiopizzo l'ambasciatore tedesco. Ai turisti mappe dei negozi anti-racket.

    http://www.addiopizzo.org/public/gds_121109.pdf


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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 15 nov 2009, 19:24 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    Arrestato il boss latitante Raccuglia



    PALERMO - La polizia di Stato ha arrestato, nel trapanese, il boss Domenico Raccuglia, originario di Altofonte (Palermo) ricercato da 15 anni.

    Raccuglia, 45 anni, si nascondeva in un appartamento di via del Cabbasino, alla periferia di Calatafimi (Trapani). Al momento dell'irruzione degli agenti era solo. Il capomafia ha tentato di fuggire dal terrazzo, ma è stato bloccato dai poliziotti che avevano circondato tutto l'edificio. Nell'abitazione, che sarebbe stato il suo covo da qualche giorno, sono state trovate diverse pistole.

    Il capomafia, conosciuto come "il veterinario" è un ex 'delfino' del boss di San Giuseppe Jato - oggi pentito - Giovanni Brusca, ed è stato già condannato a tre ergastoli (uno per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo), a 20 anni di reclusione per tentativo di omicidio e ad altre pene per associazione mafiosa. Durante la sua latitanza, nonostante i servizi di osservazione disposti nei confronti della moglie, Raccuglia è riuscito a diventare padre per la seconda volta. Il boss era considerato uno degli aspiranti al vertice della mafia palermitana essendo il capo incontrastato delle cosche a Partinico grosso centro fra Palermo e Trapani.



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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 24 nov 2009, 15:07 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    Appalti di lavori pubblici
    27 condanne per 'ndrangheta

    Si è conclusa un'inchiesta su presunte infiltrazioni di alcune cosche negli appalti per la realizzazione dei lavori di rifacimento della 106 jonica


    Il gup distrettuale di Reggio Calabria, Domenico Santoro, ha condannato 27 persone imputate di associazione mafiosa a pene varianti tra i dieci ed i sei anni di reclusione a conclusione del processo con rito abbreviato scaturito dall’operazione «Bellu lavuru», condotta dai carabinieri nel 2007. L’inchiesta ha riguardato le presunte infiltrazioni di alcune cosche della 'ndrangheta negli appalti per la realizzazione dei lavori di rifacimento della strada statale 106 jonica, dopo il crollo di una galleria, nel tratto compreso tra Palizzi Marina ed Africo Nuovo. Le condanne più alte sono state inflitte ai presunti promotori dell’associazione mafiosa, Bruno Morabito, Giovanni Talia e Domenico Vadalà. Il gup ha disposto l’assoluzione per sei imputati, Angelo Cilione, Leonardo Della Villa, Pasquale Dieni, Donato Palamara, Giuseppe Strati e Salvatore Vadalà. Il pm, Giuseppe Lombardo, aveva chiesto la condanna di tutti gli imputati a pene varianti tra i 14 ed i dieci anni di reclusione.


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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 24 nov 2009, 15:13 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    Boss 'invalido' sfreccia su Bmw anzichè su carrozzina

    Palermo, 24 nov. (Apcom) - Per la giustizia italiana era ai domiciliari costretto a muoversi su una sedia a rotelle a causa delle sue gravi e invalidanti condizioni di salute, lui, invece, anziché sulle due ruote della carrozzina 'sfrecciava' sulle quattro ruote di una fiammante Bmw. Si tratta di Carmelo Di Stefano, 39 anni, esponente di spicco del clan mafioso dei cursoti milanesi, arrestato dalla polizia a Mascali, nel catanese. L'uomo, che ha subito condanne per associazione mafiosa, droga e omicidio per complessivi 30 anni di reclusione, è il fratello del presunto 'reggente' del clan, Francesco. Carmelo Di Stefano, dal 2008 era ai domiciliari che gli erano stati concessi dal giudice di sorveglianza di Bologna.


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    nadia
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 26 nov 2009, 14:58 

    Iscritto il: 04 dic 2007, 18:12
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    Morte di Borsellino decisa prima di Capaci.


    Allegati:
    _La morte di Borsellino decisa prima di capaci.pdf [102.12 KiB]
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    nadia
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 27 nov 2009, 10:03 

    Iscritto il: 04 dic 2007, 18:12
    Messaggi: 507

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    Ad una svolta l'indagine di Firenze sulle stragi del 1993. Il nome
    del presidente del Consiglio nei verbali degli uomini della cosca di Brancaccio
    Mafia, perché i pentiti
    accusano Berlusconi

    di ATTILIO BOLZONI e GIUSEPPE D'AVANZO

    Mafia, perché i pentiti accusano Berlusconi


    Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri
    NELL'INCHIESTA sui mandanti delle stragi del 1993 estranei a Cosa Nostra entrano Autore 1 e Autore 2. Gli ultimi interrogatori della procura di Firenze hanno una particolarità. Tecnica, ma comprensibilissima. I primi testimoni sono stati ascoltati in un'inchiesta a "modello 44", "notizie di reato relative a ignoti". Gli ultimi, a "modello 21", dunque "a carico di noti". I pubblici ministeri, nei documenti, non svelano i nomi dei nuovi indagati. Chi sono Autore 1 e 2? Secondo le indiscrezioni pubblicate già nei giorni scorsi dai quotidiani vicini al governo, sono Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, la cui posizione era stata già archiviata il 3 maggio del 2002. Se così fosse, l'atto è dovuto. Non è un mistero (un migliaio di pagine sono state depositate, tre giorni fa, al processo di appello a Dell'Utri che si celebra a Palermo) che un nuovo testimone dell'accusa - Gaspare Spatuzza - indica nel presidente del consiglio e nel suo braccio destro i suggeritori della campagna stragista di sedici anni fa. Queste sono le "nuove" dai palazzi di giustizia, ma quel che si scorge è molto altro. L'intero fronte mafioso è minacciosamente in movimento. "La Cosa Nostra siciliana" si prepara a chiedere il conto a un Berlusconi che appare, a ragione, in tensione e sicuro che il peggio debba ancora venire.

    Accade che, nella convinzione di "essere stata venduta" dopo "le trattative" degli anni Novanta, la famiglia di Brancaccio ha deciso di aggredire - in pubblico e servendosi di un processo - chi "non ha mantenuto gli impegni". Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo. O, come raccontano le "voci di dentro" di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell'Utri. Un'intimidazione che ha - pare - molto impaurito il senatore e patron di Publitalia. Sono sintomi che devono essere considerati oggi un corollario della resa dei conti tra Cosa Nostra e il capo del governo. È il modo più semplice per dirlo. Perché di questo si tratta, del rendiconto finale e traumatico tra chi (Berlusconi) ha avuto troppo e chi (Cosa Nostra) ritiene di avere nelle mani soltanto polvere dopo molte promesse e infinita pazienza. Questo scorcio di 2009 finisce così per avere molti punti di contatto con il 1993 quando la Penisola è stata insanguinata dalle stragi: Roma, via Fauro (14 maggio); Firenze, via Georgofili (27 maggio); Milano, via Palestro (27 luglio); Roma, S. Giorgio al Velabro e S. Giovanni in Laterano (28 luglio); Roma, stadio Olimpico (23 gennaio 1994), attentato per fortuna fallito. Nel nostro tempo, non c'è tritolo e devastazione, ma l'annuncio di una "verità" che può essere più distruttiva di una bomba. Per lo Stato, per chi governa il Paese.

    Per capire quel che accade, bisogna sapere un paio di cose. La famiglia mafiosa dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano di Brancaccio a Palermo è il nocciolo irriducibile - con i Corleonesi di Riina e Bagarella, con i Trapanesi di Matteo Messina Denaro (latitante) - di una Cosa nostra siciliana che oggi ha il suo "stato maggiore" in carcere e in libertà soltanto mischini senza risorse, senza influenza, senza affari, incapace anche di concludere uno sbarco di cocaina perché priva del denaro per acquistare un gommone. La seconda cosa che occorre ricordare è che gli "uomini d'onore" non hanno mai ammesso di essere un'"associazione" (Giovanni Bontate che, in un'aula di tribunale, usò con leggerezza il noi fu fatto secco appena libero).

    I mafiosi non hanno mai accettato di discutere i fatti loro, anche soltanto di prendere in considerazione l'ipotesi di lasciar entrare uno sguardo estraneo negli affari della casa, figurarsi poi se gli occhi erano di magistrato. Apprezzati questi due requisiti "storici", si può comprendere meglio l'originalità di quanto accade, ora in questo momento, dentro Cosa Nostra. Tra Cosa Nostra e lo Stato (i pubblici ministeri). Tra Cosa Nostra e gli uomini (Berlusconi, Dell'Utri) che - a diritto o a torto, è tutto da dimostrare - i mafiosi hanno considerato, dal 1992/1993 e per quindici anni, gli interlocutori di un progetto che, dopo le stragi, avrebbe rimesso le cose a posto: i piccioli, il denaro, al sicuro; i "carcerati" o fuori o dentro, ma in condizioni di tenere il filo del loro business; mediocri e distratte politiche della sicurezza; lavoro giudiziario indebolito per legge; ceto politico disponibile, come nel passato, al dialogo e al compromesso con gli interessi mafiosi.

    Sono novità che preparano una stagione nuova, incubano conflitti dolorosi e pericolosi. La campana suona per Silvio Berlusconi perché, nelle tortuosità che sempre accompagnano le cose di mafia, è evidente che il 4 dicembre - quando Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, testimonierà nel processo di appello contro Marcello Dell'Utri - avrà inizio la resa dei conti della famiglia dei fratelli Graviano contro il capo del governo che, in agosto, ha detto di voler "passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia".

    È un fatto sorprendente che i mafiosi abbiano deciso di parlare con i pubblici ministeri di quattro procure (Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano). Vogliono contribuire "alla verità". Lo dice, con le opportune prudenze, anche Giuseppe Graviano, "muto" da quindici anni. Quattro uomini della famiglia offrono una collaborazione piena. Sono Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo, Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli. Spiegano, ricordano. Chiariscono come nacque, e da chi, l'idea delle stragi che non "avevano il dna di Cosa Nostra" e che "si portarono dietro quei morti innocenti". Indicano l'"accordo politico" che le giustificò e le rese necessarie "per il bene della Cosa Nostra". I nomi di Berlusconi e Dell'Utri saltano fuori in questo snodo.

    Gaspare Spatuzza, 18 giugno 2009, ricostruisce la vigilia dell'attentato all'Olimpico: "Giuseppe Graviano mi ha detto "che tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo; le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili". A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c'è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell'Utri (...) Giuseppe Graviano mi dice [ancora] che comunque bisogna fare l'attentato all'Olimpico perché serve a dare il "colpo di grazia" e afferma: ormai "abbiamo il Paese nelle mani"".
    Pietro Romeo, 30 settembre 2009: "... In quel momento stavamo parlando di armi e di altri argomenti seri. [Fu chiesto a Spatuzza] se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi. Spatuzza rispose: Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo [soltanto degli] esecutori".

    Salvatore Grigoli, interrogatorio 5 novembre 2009: "Dalle informazioni datemi (...), le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti (...) Dell'Utri è il nome da me conosciuto (...), quale contatto politico dei Graviano (...) Quello di Dell'Utri, per me, in quel momento era un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Quel che è certo è [che me ne parlarono] come [del nostro] contatto politico". E' una scena che trova conferme anche in parole già dette, nel tempo. I ricordi di Giuseppe Ciaramitaro li si può scovare in un verbale d'interrogatorio del 23 luglio 1996: "Mi [fu] detto che bisognava portare questo attacco allo Stato e che c'era un politico che indicava gli obiettivi, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (...). Quando Berlusconi [è] stato presidente del Consiglio per la prima volta, nell'organizzazione erano tutti contenti, perché si stava muovendo nel senso desiderato e [si disse] che la proroga del 41 bis era stata solo per 'fintà in modo da eliminarlo del tutto alla scadenza".

    Ci sarà, certo, chi dirà che non c'è nulla di nuovo. "Pentiti di mafia" che confermano testimonianza di altri "pentiti di mafia" ci sono stati ieri, ci sono oggi. La differenza, in questo caso, è come questi uomini che hanno saltato il fosso sono trattati dagli altri, da chi - in apparenza - resta ben saldo nelle sue convinzioni di mafioso, nel suo giuramento d'omertà. Li rispettano, sorprendentemente. Non era mai capitato. Non li considerano degli "infami". Accettano il dialogo con loro. Anche i più ostinati come Cosimo Lo Nigro e Vittorio Tutino.

    Cosimo Lo Nigro, il 10 settembre del 2009, è seduto di fronte a Gaspare Spatuzza. Spatuzza gli dice che "ha gioito - oggi me ne vergogno - , ma ho gioito per Capaci perché quello [Falcone] rappresentava un nemico per Cosa Nostra... ma il nostro malessere inizia nel momento in cui ci spingiamo oltre (...) su Firenze, Roma, Milano...". Lo Nigro lo ascolta, senza contraddirlo. Spatuzza ricostruisce come andarono le cose durante la preparazione della strage all'Olimpico. Lo Nigro lo lascia concludere e gli dice: "Rispetto le tue scelte, ma ancora ti chiedo: sei sicuro di ciò che dici e delle tue scelte?". Vittorio Tutino accetta di essere interrogato dai Pm di Caltanissetta. Non fa scena muta. Parla. Il suo verbale d'interrogatorio deve essere interessante perché viene secretato.

    Già queste mosse annunciano la nuova stagione, ma la dirompente novità è nei cauti passi dei due boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Sono i più vicini a Salvatore Riina. Hanno guidato con mano ferma la loro "batteria" fino a progettare la strage - per fortuna evitata per un inghippo nell'innesco dell'esplosivo - di un centinaio di carabinieri all'Olimpico il 23 gennaio del 1994. Sono in galera da quindici anni. Hanno studiato (economia, matematica) in carcere. Dal carcere si sono curati dell'educazione dei loro figli affidati ai migliori collegi di Roma e di Palermo e ora sembrano stufi, stanchi di attendere quel che per troppo tempo hanno atteso. Spatuzza racconta che, alla fine del 2004, Filippo Graviano, 48 anni, sbottò: "Bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati". La frase è eloquente. C'è un accordo. Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l'impegno. Per cavarsi dall'angolo, c'è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi - estraneo all'organizzazione - si è tirato indietro. Accusarlo può essere considerato "un'infamia"?

    Filippo Graviano, il 20 agosto 2009, accetta il confronto con Gaspare Spatuzza. C'è una sola questione da discutere. Quella frase. Ha detto che "se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati"? La smentita di Filippo Graviano è ambigua. In Sicilia dicono: a entri ed esci. Dice Filippo a Gaspare: "Io non ho mai parlato con ostilità nei tuoi riguardi. I discorsi che facevamo erano per migliorare noi stessi. Già noi avevamo allora un atteggiamento diverso, già volevamo agire nella legalità. Noi parlavamo di un nostro futuro in un'altra parte d'Italia". La premessa è utile al boss per negare ma con garbo: "Mi dispiace contraddire Spatuzza, ma devo dire che non mi aspetto niente adesso e nemmeno nel passato, nel 2004. Mi sembra molto remoto che possa avere detto una frase simile perché, come ho detto, non mi aspetto niente da nessuno. Avrei cercato un magistrato in tutti questi anni, se qualcuno non avesse onorato un presunto impegno".

    Filippo non ha timore di pronunciare per un boss parole tradizionalmente vietate, "legalità", "cercare magistrati". Si spinge anche a pronunciarne una, indicibile: "dissociazione". Dice, il 28 luglio 2009: "Da parte mia è una dissociazione verso le scelte del passato (...). Oggi sono una persona diversa. Faccio un esempio. Nel mio passato, al primo posto, c'era il denaro. Oggi c'è la cultura, la conoscenza. (...) Io non rifarei le scelte che ho fatto".

    Anche Giuseppe Graviano, 46 anni, il più duro, il più autorevole (i suoi lo chiamano "Madre natura" o "Mio padre"), incontra i magistrati, il 28 luglio 2008. E' la prima volta che risponde a una domanda dal tempo del suo arresto, il 27 gennaio 1993. Dice: "Io sono disposto a fare i confronti, con coloro che indico io e che ritengo sappiano la verità. Sono disposto a un confronto con Spatuzza ma cosa volete che sappia Spatuzza che non sa niente, faceva l'imbianchino, sarà ricattato da qualcuno". Sembra che alzi un muro e che il muro sia insuperabile, ma non è così. Quando gli tocca parlare delle stragi del 1993, ragiona: "Perché non mi avete fatto fare il confronto con i pentiti in aula, quando l'ho chiesto? Così una versione io, una versione loro e poi c'è il magistrato [che giudica]: voi ascoltavate e potevate decidere chi stava dicendo la verità. La verità, [soltanto] la verità di come sono andati i fatti.. . io vi volevo portare alla verità. E speriamo che esca la verità veramente. Ve ne accorgerete del danno che avete fatto. Se noi dobbiamo scoprire [la verità], io posso dare una mano d'aiuto. Io dico che uscirà fuori la verità delle cose. Trovate i veri colpevoli, i veri colpevoli. Si parla sempre di colletti bianchi, colletti grigi, colletti e sono sempre innocenti [questi, mentre] i poveri disgraziati...".

    Gli chiedono i magistrati: "Lei sa che ci sono colletti bianchi implicati in queste storie?". Risponde: "Io non lo so. Poi stiamo a vedere se... qualcuno ha il desiderio di dirlo che lo sa benissimo... Ma io non posso dire la mia verità così. Perché non serve a niente. Invece, ve la faccio dire, io, [da] chi sa la verità".

    Ora bisogna mettere in ordine quel che si intuisce nelle mosse di Cosa Nostra. I "pentiti" non sono maledetti da chi, in teoria, stanno tradendo. Al contrario, ricevono attestati di solidarietà, segnali di rispetto, addirittura cenni di condivisione per una scelta che alcuni non hanno ancora la forza di decidere. E' più che un'impressione: è come se chi offre piena collaborazione alla magistratura (Spatuzza, Romeo, Grigoli) abbia l'approvazione di chi governa la famiglia (Giuseppe e Filippo Graviano) e ancora oggi può essere considerato al vertice di un'organizzazione che, in carcere, custodisce l'intera memoria della sua storia, delle sue connessioni, degli intrecci indicibili e finora non detti, degli interessi segreti e protetti. In una formula, il peso di un ricatto che viene offerto con le parole e i ricordi delle "seconde file" in attesa che le "prime" possano valutare quel che accade, chi e come si muove.

    Ecco perché ha paura Berlusconi. Quegli uomini della mafia non conoscono soltanto "la verità" delle stragi (che sarà molto arduo rappresentare in un racconto processuale ben motivato), ma soprattutto le origini oscure della sua avventura imprenditoriale, già emerse e documentate dal processo di primo grado contro Marcello Dell'Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Di denaro, di piccioli minacciano allora di parlare i Graviano e gli uomini della famiglia di Brancaccio. Dice Spatuzza: "I Graviano sono ricchissimi e il loro patrimonio non è stato intaccato di un centesimo. Hanno investito al Nord e in Sardegna e solo così mi spiego perché durante la latitanza sono stati a Milano e non a Brancaccio. È anomalo, anomalissimo". Se a Milano - dice il testimone - Filippo e Giuseppe si sentivano più protetti che nella loro borgata di Palermo vuol dire che chi li proteggeva a Milano era più potente e affidabile della famiglia.

    (27 novembre 2009)


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    nadia
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 27 nov 2009, 10:27 

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    dal fatto


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    dal fatto.doc [1.09 MiB]
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    dal fatto 26_22_09.pdf [1.28 MiB]
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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 01 dic 2009, 13:39 
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    MAFIA: ARRESTATI 11 UOMINI DI PROVENZANO, SEQUESTRATA SOCIETA'

    (AGI) - Palermo, 1 dic. - Undici persone ritenute vicine a Bernardo Provenzano sono state arrestate da polizia e carabinieri di Palermo in un'operazione antimafia che ha portato anche al sequestro di una societa' di import-export di ortrofrutta del valore di 2,5 milioni di euro, riconducibile a uno solo degli indagati. Le accuse contestate a vario titolo nei provvedimenti cautelari firmati dal gip sono di associazione mafiosa, estorsioni,detenzione di armi da fuoco e intestazione fittizia di beni. Uno degli arresti e' stato eseguito in Spagna, nei pressi di Madrid, in collaborazione con la Guardia Civil. Il gruppo di indagati gravitava su Bagheria, grosso centro alle porte di Palermo, ed e' stato individuato in uno sviluppo dell'attivita' investigativa sulla rete di fiancheggiatori che garantiva la latitanza di Provenzano.
    Nell'inchiesta sono confluite due diverse indagini, una avviata nel 2005 dalla Squadra Mobile e l'altra nel 2006 dai carabinieri. Tra le persone arrestate c'e' anche Simone Castello, 60 anni, indicato come uno dei postini del capomafia corleonese, addetto al recapito dei 'pizzini' che Provenzano usava per comunicare. Castello era stato gia' coinvolto in altre indagini sulla latitanza del boss e alcuni giorni fa nei suoi confronti era stata disposta la sorveglianza speciale.




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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 01 dic 2009, 13:46 
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    A Napoli vogliono il pizzo anche sulla colletta

    Volevano i soldi raccolti tra i fedeli per ristrutturare la sagrestia distrutta da un incendio un anno fa. Il “pizzo” sulla colletta. Ma don Mario Ziello, parroco di Santa Maria del Carmine alla Concordia ai Quartieri Spagnoli, nel cuore della Malanapoli ci è nato. Ha avuto come compagno di scuola Ciro Mariano, leggendario capo del clan dei “picuozzi” oggi sepolto vivo sotto una montagna di ergastoli, e figurarsi se non ha ancora imparato come si tratta con «quelli là». «Ho imposto alla ditta di non pagare, ho fatto inmodoche chiudesse le porte in faccia agli estorsori». “Quelli là” erano due guaglioni di malavita presentatisi in parrocchia più di una volta. Atteggiamento sprezzante e eloquio allusivo, hannofatto capire agli operai impegnati nel cantiere che puntavano agli oboli raccolti faticosamente nel quartiere da don Mario. «Non ho accettato,nonpotevo: avessi aderito alle loro richieste, non avrei mai più trovato il coraggio di guardare negli occhi i bambini del rione, che ho coinvolto in tante iniziative sulla legalità e contro la malavita».

    UN INSOLITO DOPO MESSA
    Il rione si è stretto intorno al suo parroco, domenica mattina, dopo la messa solenne delle undici.DonMario, che i clan li ha sempre sfidati a viso aperto, anzi guardandoli negli occhi, l’affronta con espressione tirata. Per tutta la funzione è un fascio di nervi. Anche l’omelia ha ritmi sincopati, il sacerdote liquida la liturgia domenicale con poche battute filando veloce verso la conclusione. Quindi, dopo la benedizione finale, risale sul pulpito, chiedendo ai fedeli di non abbandonare la chiesa. «Vi devo parlare – esordisce in un silenzio di ghiaccio, la tensione che si potrebbe tagliare con un coltello. – Sono venuti a chiedere la tangente sui lavori di ristrutturazione della vostra chiesa. Gli operai hanno detto che non potevano fare niente e li hanno mandati da me, ma quelli nonsono venuti.Conmenonvogliono averci a che fare, hanno detto. Ma io li ho visti, un giorno ho pure provato a fermarli, ma loro sono scappati. Forse perché il mio rifiuto li ha impauriti». Quando don Mario finisce di parlare, dalle navate parte un applauso lungo, assordante. Commovente.La gente sale sull’altare, lo abbraccia, lo incoraggia ad andare avanti. E lui, il prete animatore di tante iniziative anticamorrra, ascoltato qualche anno fa anche dalla Commissione antimafia insieme ad altri sacerdoti di frontiera come l’ex parroco di Forcella, don Luigi Merola, e don Fulvio D’Angelo di Scampia, promette: «Finché sarò il vostro parroco, quella gente dovrà girare alla larga».

    IL «FUORI PROGRAMMA»
    Il “fuori programma” domenicale con la clamorosa rivelazione ai fedeli, in realtà, don Mario lo aveva programmato per tempo con la questura, dove aveva presentato immediata denuncia dei tentativi di estorsione subiti dalla sua parrocchia. «La gente doveva sapere – commenta ora. – E non perché fossi in cerca di facile pubblicità: non può esserci impegnocivile senza coraggio, e la gente dei Quartieri ha bisogno di sapere che non è sola nella quotidiana lotta contro ogni forma di illegalità». «Come mi sento adesso? Sereno: non ho alcuna intenzione di collaborare con quei criminali e ho fiducia massima nelle capacità degli investigatori. Non so da dove venivano, ma se sono del quartiere dovrebbero sapere bene che io non faccio un solo passo indietro». Le indagini della Squadra mobile, partite subito dopo la denuncia del prete coraggio, non escludono però nessuna pista.Nemmeno quella che potrebbe portarli fuori dai Quartieri spagnoli, in direzione di qualche organizzazione dei rioni limitrofi. E non si tralascia nemmeno l’ipotesi di qualche cane sciolto.

    01 dicembre 2009


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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 21 dic 2009, 12:41 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    http://palermo.repubblica.it/dettaglio/ ... ti/1810204

    Blitz antiestorsioni a Palermo
    presi i boss dei "mandamenti"

    Nove fermi sono stati eseguiti all'alba dai militari del reparto operativo del Comando provinciale di Palermo e dal Nucleo speciale polizia valutaria - Sezione antiriciclaggio di Palermo della Guardia di Finanza. I provvedimenti, emessi dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Gaetano Paci, Lia Sava e Francesco Del Bene, hanno raggiunto nove persone tra vertici e affiliati delle famiglie mafiose palermitane organiche ai mandamenti di "Resuttana" e "Tommaso Natale-San Lorenzo" di Palermo.

    Per tutti l'accusa è di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata alle estorsioni. Gli arresti sono scattati al termine di complesse attività di indagine, svolte autonomamente dai carabinieri e dalla Guardia di finanza, in seguito dell'arresto del boss Salvatore Lo Piccolo. Le indagini, svolte tra il 2008 e i primi mesi del 2009 dai carabinieri e culminate nell'operazione "Eos", che nel maggio del 2009 avevano condotto al fermo di 21 persone, vertici e affiliati dei mandamenti mafiosi di "Resuttana" e "Tommaso Natale-San Lorenzo", con il rinvenimento di un arsenale all'interno della storica "Villa Malfitano" di Palermo, già avevano documentato una sempre maggiore integrazione tra i due contesti criminali, attraverso una radiografia fedele ed aggiornata delle dinamiche al loro interno. In particolare, le intercettazioni avevano fatto emergere: l'assunzione al ruolo direttivo della famiglia mafiosa dell'Arenella da parte di Salvatore Lo Cicero; il progressivo consolidamento della posizione di Gaetano Fidanzati alla guida del mandamento di Resuttana; La ripresa del protagonismo dell'esponente mafioso Giuseppe Lo Verde, subito dopo la sua scarcerazione, nell'ambito della famiglia di Tommaso Natale; il progetto di Carmelo Militano di riprendere il controllo e la direzione del mandamento di S. Lorenzo anche mediante la preventivata eliminazione violenta di tutti i possibili oppositori; la disponibilità di numerose armi da sparo e di sostanze chimiche con cui Militano e il congato Agostino Pizzuto, pensavano di disfarsi dei cadaveri degli oppositori.


    In tale contesto si inquadrano le indagini condotte sullo territorio dal Nucleo Speciale di Polizia valutaria della Guardia di Finanza, le cui risultanze, acquisite nel solco delle indagini che avevano portato all'arresto dell'avvocato Marcello Trapani (legale di fiducia dei Lo Piccolo, poi divenuto collaboratore di giustizia) nelle scorse settimane, hanno portato all'emissione di un fermo per associazione per delinquere di tipo mafioso, finalizzata alle estorsioni nei confronti di Giuseppe Provenzano, uomo di fiducia dei Lo Piccolo assurto al ruolo di vice-capo del mandamento di Tommaso Natale dopo l'arresto di Lo Verde ed oggi deputato anche alla gestione dei proventi della raccolta delle estorsioni.

    L'uomo, all'atto della cattura è stato trovato in possesso di tre armi corte da sparo, ben occultate e perfettamente funzionanti, nonchè di circa 150 proiettili. GLi investigatori hanno analizzato i nuovi assetti organizzativi che caratterizzano l'attività estorsiva ai danni di imprenditori e commercianti dei due mandamenti, rilevando il consolidamento nei ruoli emergenti di personaggi già conosciuti. Le indagini sviluppate dai due organi investigativi si sono avvalse sia di attività sia tecniche di intercettazione video e audio che di osservazione e pedinamento sul territorio, e si sono incentrate su un complesso di soggetti sospettati di appartenenza alle due consorterie mafiose. Gli elementi acquisiti nel corso dell'ultimo anno, a cui si sono aggiunte le rivelazioni degli ultimi pentiti, hanno fornito, praticamente "in diretta", un quadro aggiornato dell'organizzazione mafiosa nei mandamenti di Resuttana e Tommaso Natale - San Lorenzo, evidenziando, fra l'altro, una sempre più pressante azione di imposizione del cosiddetto "pizzo" su ogni genere di attività. "Situazione quest'ultima - spiegano gli investigatori - che ha conseguentemente reso necessaria l'emissione da parte dell'Autorità Giudiziaria di un provvedimento cautelare d'urgenza anche a causa dell'approssimarsi delle festività natalizie, notoriamente considerate uno dei momenti più delicati per la riscossione delle estorsioni".
    (21 dicembre 2009)


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