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    Sono Vincenzo Santapaola, un uomo qualunque




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    Autore Messaggio
    diablo310
     Oggetto del messaggio: Sono Vincenzo Santapaola, un uomo qualunque
    MessaggioInviato: 11 ott 2008, 00:13 
    Sono Vincenzo Santapaola, un uomo qualunque
    10 ottobre 2008, di Giuseppe Scatà - http://www.ucuntu.org

    Nella città più analfabeta e più povera d’Italia, dove l’illegalità diventa legge, nella città dove chiudono un bar (il Tahiti) perché ritrovo di pregiudicati (ma lasciano aperti i bar dei prestanome al lungomare della Scogliera dove, invece di incontri, ci sono interi summit), nella città in cui i vertici di Confindustria Catania sono sciolti dai probiviri nazionali, perché contro la strategia antiracket, accade che un condannato al 41 bis, un mafioso, figlio di un boss spietato, scriva sul quotidiano la Sicilia una lettera di innocenza presunta. Dando chiari messaggi alle cosche. E che la Sicilia gliela pubblichi come se niente fosse.

    “Santapaola Jr: contro di me pregiudizi perché porto un nome pesante”. Questo il titolo della lettera. Apparentemente una lunga difesa di se stesso. “Enzuccio” Santapaola si professa innocente, perseguitato, vittima di un nome “pesante”. Il primo fatto, terribilmente ordinario, è che Mario Ciancio pubblica la lettera di presunta innocenza del figlio dell’assassino di Pippo Fava, e continua a censurare il figlio di Pippo Fava, Claudio. Il secondo fatto, straordinario (apparentemente) è che la lettera è di circa 5.000 caratteri. Le lettere pubblicate su La Sicilia sono infatti molto più brevi, e hanno una pagina a parte. Il testo di Santapaola jr è invece pubblicato nelle pagine della cronaca (con un cappelletto che recita “Lettera dal carcere”), in posizione strategica: a sinistra un articolo su un certo Salvatore Grasso, definito “presunto innocente” e intitolato guarda caso “Il killer è già libero, l’innocente è in galera”. Sopra, un altro pezzo è dedicato al Bar Tahiti, recentemente chiuso dal questore Capomacchia perché frequentato da troppi pregiudicati. Il bar si trova in via Plebiscito, a San Cristoforo, quartiere natio di Nitto Santapaola e regno della famiglia. In più, la lettera del condannato non è filtrata da nessun commento, da nessuna scheda biografica dell’autore, a parte una piccola nota tecnica: V. Santapaola (…) ci invia da un carcere del Nord Italia, dove si trova in 41 bis, questa lettera”.

    La lettera dunque è impaginata ad hoc, non si trova lì per caso, e l’assenza di filtri per il lettore ne potenzia il contenuto. Il “ci invia” denuncia poi chiaramente che il detenuto ha spedito direttamente alla redazione de La Sicilia. Perché? Il 41 bis impedisce pure ogni contatto con l’esterno, come dice l’autore nella stessa lettera, il 41 bis è “un regime creato per i detenuti capaci di dare ordini ad associazioni criminali anche dal carcere”. Insomma Santapaola dice a chiare lettere: siccome sono Santapaola, io me ne fotto grazie all’aiuto de La Sicilia e di Mario Ciancio, e attenzione, drizzate le orecchie: seguono messaggi.

    La pubblicazione della lettera suscita polemiche sui giornali nazionali e sui blog, e il vicedirettore de la Sicilia, Domenico Tempio, si difende così su la Repubblica di stamane: “La lettera è arrivata tramite i legali di Santapaola (sì, ma diretta a voi, come dimostra quel “ci invia”, nda) […] non vedo scandali, qualsiasi giornale avrebbe pubblicato quella lettera […] ricorderemo, ampi servizi sono stati fatti da tutti i media sulle nozze della figlia di Riina (cosa c’entra? Non risulta che attraverso riprese di nozze della figlia di Riina, incensurata tra l’altro, siano passati messaggi in codice, nda). E poi la frase più importante: “Credo che i lettori siano maturi”. La Sicilia vende 60.000 copie al giorno, è l’unico quotidiano che parli di Catania in totale monopolio dell’informazione – grazie pure all’accordo con la Repubblica, che pura stampando nella tipografia di Mario Ciancio, direttore de La Sicilia, non pubblica a Catania l’inserto regionale “Repubblica Palermo”, nè ha una sua “Repubblica Catania” – è letto negli uffici comunali e al bar, e attua da sempre una campagna spietata di disinformazione, attraverso fatti nascosti, alterati, comunicati stampa del Comune copiaincollati e senza verifiche (che paga come suoi addetti stampa i giornalisti de La Sicilia che lavorano pure lì, al Comune), ed editoriali-messaggio (vedi quello recente di Tony Zermo su Nino Drago), come d’altra parte lo status di monopolio gli permette. E’ così che si forma un lettore maturo?

    I messaggi nella lettera di Santapaola jr sono vari, alcuni difficilmente interpretabili, ma uno sopratutto è palese come la luce del sole e verte su una cosa precisa: il suo nome e l’uso che se ne fa. Ma prima facciamo una piccola operazione di storia biografica, per ricordare piuttosto che dimenticare, come l’autore della lettera vorrebbe (con l’aiuto de La Sicilia che non pubblica nessuna scheda del condannato), tanto da scrivere chiaramente: “…questa città, che non riesce a dimenticare pagine di storia ormai lontane e chiuse”.

    Breve storia di Enzuccio Enzuccio Sanatapaola, figlio del capomafia Nitto Santapaola, venne fermato per la prima volta nel dicembre 1992 con il fratello minore Francesco. I due furono scarcerati dal Tribunale del riesame. Fu poi catturato il 14 gennaio 1994 dopo un anno di latitanza e venne rimesso in libertà il 27 dicembre 1997. Fu nuovamente arrestato l’8 agosto 1999 nel quadro di un’indagine che fece luce su contrasti interni a Cosa nostra sfociati in una sanguinosa faida tra gli alleati dei corleonesi e i seguaci di Benedetto Santapaola, che era contrario alla strategia del terrore di Totò Riina. Rimesso in libertà, Vincenzo fu arrestato nel 2006. Nuovamente rilasciato, fu preso, per l’ultima volta, il 3 Dicembre 2007, durante l’operazione Plutone ad opera della Dia, che rastrellò 70 presunti mafiosi accusati di associazione mafiosa, estorsioni, rapine e traffico di sostanze stupefacenti

    Non dunque una vittima, un presunto innocente, ma un presunto boss in carne ed ossa., che secondo gli inquirenti stava ricomponendo l file del suo clan. Non solo. Le indagini dell’operazione “Plutone” hanno accertato connessioni con la ‘ndrangheta calabrese e il clan palermitano di Bernardo Provenzano. Non solo. Durante le perquisizioni è stato trovato pure un libro mastro importantissimo per le indagini. Altro che: “Mi trovo indagato perché nel corso di alcuni colloqui intercettati nel carcere di Catania un detenuto parla di un tale “Enzuccio””, come vorrebbe far credere l’autore della lettera. Ma ecco il messaggio: “Non ho, non abbiamo (dunque la mia famiglia e miei affiliati, nda) nulla da spartire con chiunque pretenda di usare il nostro nome subdolamente”. La parola “nome” ricorre infatti ben cinque volte, più “Vincenzo Santapaola” e “Enzuccio”, sempre nella lettera, fa sette, che più l’intestazione della lettera e il titolo, fa nove e la parola “cognome” dieci. Insomma, ci sono persone che in questo momento stanno usando il mio nome per “i loro loschi interessi, per vanto, per ignoranza”. Per ignoranza? Di che? Della reazione che stanno suscitando?

    Il clan Santapaola è attualmente in crisi di assetto e coordinazione. Tutto nasce involontariamente dagli attentati dinamitardi agli escavatori dell’imprenditore Andrea Vecchio, che ha i cantieri nel già citato quartiere San Cristoforo, regno fino a pochi mesi fa dei Santapaolini. Vecchio denuncia il racket, il caso diviene nazionale, e seguono parecchi blitz delle forze dell’ordine – normalmente assenti in questo territorio – che hanno come risultato il sequestro di stupefacenti – da sempre bellamente spacciati nelle viuzze del quartiere – e la chiusura pure di attività commerciali abusive, dal fruttivendolo al meccanico. La presenza della polizia diviene insomma insopportabile: sia le attività criminose che quelle spicciole dell’abusivismo vengono strozzate o comunque bloccate. Il risultato è il cadavere carbonizzato (insieme a quello del suo bracciodestro) nelle campagne di Ramacca di Angelo Santapaola, cugino di primo grado del boss Nitto Santapaola, a sua volta padre dell’autore della nostra lettera, Vincenzo Santapaola. E’ il 30 Settembre 2007. Gli inquirenti pensano, giustamente, a una ritorsione all’interno del clan per l’eccessiva presenza della polizia nel quartiere dovuta agli attentati contro Andrea Vecchio e alle denunce di quest’ultimo. Cè dunque una lotta interna al clan. Un bottegaio di San Cristoforo mi dirà in quei giorni, confermando tutto: “Hanno fatto bene. Qui non si poteva più lavorare, e non è giusto”. D’altra parte la cocaina la trovarono pure a casa di anziane e di famiglie incensurate, proprio perché sostentamento di molti abitanti della zona, microeconomia dello spaccio già ben radicata nel territorio.

    Poi, il blitz della Dia, prima di quello grosso del 3 Dicembre, contro il clan Santapaola: trenta arresti. E’ il 9 Ottobre Esattamente un anno prima della pubblicazione della lettera di Santapaola Jr su la Sicilia. Un caso?

    Tirando le fila, e ridando memoria storica “a una città che non vuole dimenticare pagine di storia lontane”, Vincenzo Santapaola dà il suo messaggio chiaro a chi possa intendere (non usate il mio nome) lì dove adesso c’è un vuoto di potere, e dice pure ai magistrati: non fidatevi dei pentiti che fanno il mio nome “in modo scellerato, per i loro loschi interessi, per vanto, per ignoranza” E’ la vecchia strategia del boicottaggio dei pentiti, maturata dalle cosche già negli anni ’80.

    Ma la difesa di Santapaola jr segue gli arresti domiciliari concessi a Bruno Contrada, tanto difeso da una morbosa campagna a suo favore da parte della stessa la Sicilia e di Tony Zermo. Anche qui la strategia è la stessa. Oltre boicottare i pentiti, si riscrive la storia, si compare come “presunti innocenti”, si lamentano gravissimi malanni fisici, si invoca la giustizia divina. Stessa tattica, stessa mano. Condannati in via definitiva che si difendono sulle pagine de La Sicilia. Ma l’ex presidente della commissione antimafia, Francesco Forgione, aveva già avvertito: “Sarebbe il primo atto di clemenza per un reato di mafia nel nostro Paese, e non rappresenterebbe un buon segnale”.

    Allora, caro questore Capomacchina, ed egregio prefetto Finazzo, perché non chiudere La Sicilia? E perché, piuttosto che tirare giù la saracinesca di un baretto Tahitiano di via Plebiscito, “non disponete meglio i vostri uomini nel presidiare tali territori”, come ha detto già Antonio Strano, a nome della Confcommercio catanese? Troppo pericoloso? La città che non dimentica vuole spiegazioni.

    - La lettera cui si riferisce l'articolo: http://giornale.lasicilia.it/giornale/0 ... vipdf.html
    - Il DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) ha aperto un'indagine su questo fatto (http://giornale.lasicilia.it/giornale/1 ... vipdf.html)
    - Anche la DDA di Catania ha deciso di indagare:
    Palermo, 10 ott. (Apcom) - Anche la Dda di Catania, dopo l'indagine amministrativa avviata ieri dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, indaga sulla lettera del figlio del boss Nitto Santapaola, pubblicata ieri dal quotidiano 'La Sicilia'. Il fascicolo con gli 'atti relativi' è seguito dal Pm Santonocito.
    Si vuole accertare come sia stato possibile che Vincenzo Santapaola, detenuto al 41 bis, possa aver inviato una lettera fuori dal carcere. Il quotidiano 'La Sicilia' ha già fatto sapere che la missiva è stata portata in redazione dai difensori di Vincenzo Santapaola.

    - Aggiornamenti dalla DDA (ecco la notizia: http://giornale.lasicilia.it/giornale/1 ... vipdf.html)
    - Aggiornamenti dall'Ufficio Gip: "Nessun giudice ha autorizzato l’invio della lettera di Santapaola" (ecco la notizia: Nessun giudice ha autorizzato l’invio della lettera di Santapaola: http://www.ucuntu.org/L-editoriale-del-boss-su-La.html)
    - Critiche da parte dell'ex Presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia (ecco la notizia: http://www.step1magazine.it/index.php?i ... precedenti)


      
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