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    IL VESCOVO ANTIRACKET




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    Autore Messaggio
    sag
     Oggetto del messaggio: IL VESCOVO ANTIRACKET
    MessaggioInviato: 19 feb 2008, 21:24 

    Iscritto il: 27 gen 2007, 19:06
    Messaggi: 3280

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    IL VESCOVO ANTIRACKET
    Dice che il pizzo è «un’industria del male», educa le coscienze a
    combattere i boss. Ora è sotto scorta, ma va avanti tranquillo: «Il
    Signore ci liberi dalla mafia».
    Da due settimane monsignor Michele Pennisi, vescovo di Piazza
    Armerina, è protetto dalle forze dell’ordine. Il vescovado è sorvegliato e,
    quando lui esce, l’autista telefona al comandante della stazione dei
    carabinieri per segnalare il movimento.
    Un vescovo nel territorio di Caltanissetta, Enna, Gela, «dove il fenomeno del
    pizzo è molto diffuso, e ancora più preoccupante è che le somme pagate
    vengano riscosse da esattori minorenni». Un vescovo che teorizza
    l’incompatibilità tra mafia e vita cristiana, che è cofondatore
    dell’Associazione antiracket e antiusura della provincia di Enna, che ritiene il
    pizzo «un’industria del male». Un vescovo che ogni giorno avvicina
    imprenditori e negozianti nelle sue visite pastorali e riceve lettere con
    richieste di aiuto.
    «Una persona mi ha scritto il suo numero di cellulare "mi chiami per favore".
    Ha parlato della sua disperazione, del suo essere ostaggio dell’usura. "È
    disposto a denunciare?", gli ho chiesto, e si è convinto. L’ho messo in
    contatto anche con la Fondazione antiusura Padre Pino Puglisi di Messina,
    che ha deliberato un aiuto economico, ma poiché è morto di infarto prima di
    concludere l’iter, il contributo è stato dato ai suoi figli».
    Monsignor Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina
    (foto Mike Palazzotto).
    Un altro giorno arrivano due piccoli artigiani terrorizzati: hanno denunciato il
    pizzo e ora non si sentono sicuri, hanno paura di notte in casa. Ricevono
    incoraggiamento e un contributo, «grazie al quale abbiamo fatto installare
    una porta blindata. Ma non tanto per questo siamo grati al vescovo, quanto
    per il sostegno morale ricevuto».
    Un vescovo che considera troppo poco chiedere al Signore «liberaci dal
    male» e allarga il campo: «Liberaci, Signore, dal pizzo e dalla mafia». E
    mentre alcuni imprenditori siciliani trovano il coraggio di denunciare e
    Confindustria espelle chi paga senza denunciare, mentre Cosa nostra
    subisce arresti e una nuova ondata di pentiti, monsignor Pennisi ribadisce
    «l’incompatibilità fra mafia e vita cristiana, ma essa sia accompagnata dalla
    prevenzione dei fenomeni criminosi e dall’aiuto ai mafiosi a pentirsi, a
    riparare il male fatto e a diventare persone nuove».
    Per questo qualcuno ha scaricato da Internet la foto del vescovo e ci ha
    scritto sotto una didascalia: «Ecco il vero boss di Cosa nostra». Il volantino
    fa il giro della diocesi, varie copie vengono trovate a Gela, arriva anche sul
    tavolo di Pennisi, con insulti al vescovo «venduto al potere dei soldi, un
    uomo di Dio attaccato al denaro». Insulti anche al sindaco e ai magistrati del
    tribunale di Gela, a componenti della Commissione nazionale antimafia, a
    deputati regionali, «tutti mafiosi». E fra gli insulti, il cenno al personaggio
    chiave di tutta la storia: il boss di Gela Daniele Emanuello, ucciso dalla
    polizia mentre tentava di fuggire il 3 dicembre scorso nelle campagne di
    Villapriolo, Enna. «Perseguitato insieme con i suoi familiari», così lo descrive
    il volantino anonimo, «vittima della disoccupazione, ucciso dalla polizia che
    Famiglia Cristiana n. 8 del 24-2-2008 - Il vescovo antiracket Page 1 of 2
    http://www.stpauls.it/fc/0808fc/0808fc52.htm 19/02/2008
    lo ha fatto passare per mafioso».
    Il vescovo viene accusato delle mancate esequie di Emanuello nella chiesa
    Madre di Gela, come richiedeva la famiglia, sostituite con una celebrazione
    nella cappella del cimitero. Un diniego, spiegano i suoi collaboratori, «non
    determinato da atteggiamenti persecutori, ma dalle decisioni delle autorità
    dello Stato che hanno proibito per motivi di sicurezza la celebrazione
    pubblica del funerale». Ma quel no al funerale ha dato fastidio: per la mafia
    un prete deve fare le "cose di chiesa", deve pregare e perdonare, non
    parteggiare per lo Stato.
    La valanga della solidarietà
    Il volantino fa il giro della diocesi e il Comitato per l’ordine e la sicurezza di
    Enna assegna al vescovo «non una scorta armata», precisa dalla segreteria
    padre Giuseppe Rabita, «ma una forma di sorveglianza discreta». E subito
    si scatena una sorta di assedio al vescovado, decine di emittenti italiane e
    straniere, richieste di dichiarazioni e interviste.
    La prima solidarietà arriva da Roma, dalla Cei: «Pochi minuti dopo i lanci di
    agenzie con la notizia dell’intimidazione, telefona monsignor Giuseppe
    Betori». E poi una folla di sostegni siciliani e nazionali, dalle associazioni
    degli agricoltori ai ragazzi del gruppo Magnificat di Butera «con le loro
    famiglie», dal redentorista Nino Fasullo da Palermo alla Dc e al Pdci di Gela
    e di Enna, dal vaticanista Luigi Accattoli al Partito democratico di Enna, dal
    sindaco di Gela Rosario Crocetta alla Cgil Sicilia. La Cisl di Enna, i sindaci di
    Barrafranca, Piazza Armerina, Enna. Solidarietà da Rifondazione comunista
    a Forza Italia, compresa quella di Giuseppe da Brescia, via mail: «Forza
    eccellenza, siamo tutti con lei».
    Il vescovo va avanti, non rifiuta le interviste, capisce le esigenze di una Tv
    francese che lo blocca per qualche ora. «Continuo a svolgere la mia opera
    di formazione delle coscienze al rispetto della legalità, siamo pronti a
    collaborare con l’Associazione antiracket e antiusura di Gela perché il
    Signore ci liberi dal pizzo e dalla mafia».


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