IL VESCOVO ANTIRACKET
Dice che il pizzo è «un’industria del male», educa le coscienze a
combattere i boss. Ora è sotto scorta, ma va avanti tranquillo: «Il
Signore ci liberi dalla mafia».
Da due settimane monsignor Michele Pennisi, vescovo di Piazza
Armerina, è protetto dalle forze dell’ordine. Il vescovado è sorvegliato e,
quando lui esce, l’autista telefona al comandante della stazione dei
carabinieri per segnalare il movimento.
Un vescovo nel territorio di Caltanissetta, Enna, Gela, «dove il fenomeno del
pizzo è molto diffuso, e ancora più preoccupante è che le somme pagate
vengano riscosse da esattori minorenni». Un vescovo che teorizza
l’incompatibilità tra mafia e vita cristiana, che è cofondatore
dell’Associazione antiracket e antiusura della provincia di Enna, che ritiene il
pizzo «un’industria del male». Un vescovo che ogni giorno avvicina
imprenditori e negozianti nelle sue visite pastorali e riceve lettere con
richieste di aiuto.
«Una persona mi ha scritto il suo numero di cellulare "mi chiami per favore".
Ha parlato della sua disperazione, del suo essere ostaggio dell’usura. "È
disposto a denunciare?", gli ho chiesto, e si è convinto. L’ho messo in
contatto anche con la Fondazione antiusura Padre Pino Puglisi di Messina,
che ha deliberato un aiuto economico, ma poiché è morto di infarto prima di
concludere l’iter, il contributo è stato dato ai suoi figli».
Monsignor Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina
(foto Mike Palazzotto).
Un altro giorno arrivano due piccoli artigiani terrorizzati: hanno denunciato il
pizzo e ora non si sentono sicuri, hanno paura di notte in casa. Ricevono
incoraggiamento e un contributo, «grazie al quale abbiamo fatto installare
una porta blindata. Ma non tanto per questo siamo grati al vescovo, quanto
per il sostegno morale ricevuto».
Un vescovo che considera troppo poco chiedere al Signore «liberaci dal
male» e allarga il campo: «Liberaci, Signore, dal pizzo e dalla mafia». E
mentre alcuni imprenditori siciliani trovano il coraggio di denunciare e
Confindustria espelle chi paga senza denunciare, mentre Cosa nostra
subisce arresti e una nuova ondata di pentiti, monsignor Pennisi ribadisce
«l’incompatibilità fra mafia e vita cristiana, ma essa sia accompagnata dalla
prevenzione dei fenomeni criminosi e dall’aiuto ai mafiosi a pentirsi, a
riparare il male fatto e a diventare persone nuove».
Per questo qualcuno ha scaricato da Internet la foto del vescovo e ci ha
scritto sotto una didascalia: «Ecco il vero boss di Cosa nostra». Il volantino
fa il giro della diocesi, varie copie vengono trovate a Gela, arriva anche sul
tavolo di Pennisi, con insulti al vescovo «venduto al potere dei soldi, un
uomo di Dio attaccato al denaro». Insulti anche al sindaco e ai magistrati del
tribunale di Gela, a componenti della Commissione nazionale antimafia, a
deputati regionali, «tutti mafiosi». E fra gli insulti, il cenno al personaggio
chiave di tutta la storia: il boss di Gela Daniele Emanuello, ucciso dalla
polizia mentre tentava di fuggire il 3 dicembre scorso nelle campagne di
Villapriolo, Enna. «Perseguitato insieme con i suoi familiari», così lo descrive
il volantino anonimo, «vittima della disoccupazione, ucciso dalla polizia che
Famiglia Cristiana n. 8 del 24-2-2008 - Il vescovo antiracket Page 1 of 2
http://www.stpauls.it/fc/0808fc/0808fc52.htm 19/02/2008
lo ha fatto passare per mafioso».
Il vescovo viene accusato delle mancate esequie di Emanuello nella chiesa
Madre di Gela, come richiedeva la famiglia, sostituite con una celebrazione
nella cappella del cimitero. Un diniego, spiegano i suoi collaboratori, «non
determinato da atteggiamenti persecutori, ma dalle decisioni delle autorità
dello Stato che hanno proibito per motivi di sicurezza la celebrazione
pubblica del funerale». Ma quel no al funerale ha dato fastidio: per la mafia
un prete deve fare le "cose di chiesa", deve pregare e perdonare, non
parteggiare per lo Stato.
La valanga della solidarietà
Il volantino fa il giro della diocesi e il Comitato per l’ordine e la sicurezza di
Enna assegna al vescovo «non una scorta armata», precisa dalla segreteria
padre Giuseppe Rabita, «ma una forma di sorveglianza discreta». E subito
si scatena una sorta di assedio al vescovado, decine di emittenti italiane e
straniere, richieste di dichiarazioni e interviste.
La prima solidarietà arriva da Roma, dalla Cei: «Pochi minuti dopo i lanci di
agenzie con la notizia dell’intimidazione, telefona monsignor Giuseppe
Betori». E poi una folla di sostegni siciliani e nazionali, dalle associazioni
degli agricoltori ai ragazzi del gruppo Magnificat di Butera «con le loro
famiglie», dal redentorista Nino Fasullo da Palermo alla Dc e al Pdci di Gela
e di Enna, dal vaticanista Luigi Accattoli al Partito democratico di Enna, dal
sindaco di Gela Rosario Crocetta alla Cgil Sicilia. La Cisl di Enna, i sindaci di
Barrafranca, Piazza Armerina, Enna. Solidarietà da Rifondazione comunista
a Forza Italia, compresa quella di Giuseppe da Brescia, via mail: «Forza
eccellenza, siamo tutti con lei».
Il vescovo va avanti, non rifiuta le interviste, capisce le esigenze di una Tv
francese che lo blocca per qualche ora. «Continuo a svolgere la mia opera
di formazione delle coscienze al rispetto della legalità, siamo pronti a
collaborare con l’Associazione antiracket e antiusura di Gela perché il
Signore ci liberi dal pizzo e dalla mafia».