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A Palermo è qualcosa di molto speciale. Non è solo crimine e non è solo violenza. A volte è connivenza, a volte convenienza. È tassa, patto, è un impasto di utilità che alla fine diventa «amicizia». I confini sono sempre labili, tutto è sfumato fra il carnefice e la sua vittima quando «si mette a posto». Così si dice: mettersi a posto. È il «pizzo» a Palermo. In una Sicilia che si tormenta con la sua voglia di mafia, un magistrato e un giornalista si sono addentrati in misteriosi viluppi per scoprire cos'è l'Anonima Estorsioni. Partendo dal basso, dall'ultimo gradino dell'economia mafiosa, ha preso forma un racconto che spiega tutto ciò che c'è da spiegare su quello che comunemente viene chiamato racket. Per Cosa Nostra è tutto: più del traffico degli stupefacenti, più degli appalti, più dei piccioli. È attraverso il «pizzo» che manifesta la sua esistenza, il suo potere. Per un mafioso è come l'aria per respirare. È un lungo viaggio nei territori di mafia quello di Maurizio De Lucia e di Enrico Bellavia, il primo sbarcato nella Procura di Palermo nel 1991 e il secondo che pressappoco in quella stagione cominciava a fare il reporter in una città che di «pizzo» poteva anche morire. Paga e taci: quella era la regola. Chi non pagava o chi non taceva era un ribelle. Come Libero Grassi, l'imprenditore tessile che in quell'estate del '91 fu ucciso per non avere piegato la schiena.
Si presentava come «il geometra Anzalone» l'uomo che gli aveva chiesto i primi 50 milioni, dietro c'erano i Madonia di Resuttana. Così è nato Il Cappio (Bur Rizzoli, collana Futuro Passato, pagg. 300, euro 10), il resoconto più completo e autorevole sul «pizzo» e i suoi interpreti. Migliaia e migliaia di palermitani: piccoli bottegai e capitani di industria, piccoli mafiosi e grandi «famiglie», uomini politici collusi e consulenti e commercialisti e avvocati, tutti insieme per uccidere il libero mercato e drogare l'economia di un'isola intera. Comincia proprio da Libero Grassi il racconto. Dalla sua disubbidienza alla morte, dai «carri armati di guardia ai cantieri edili» che invocava allora il vicepresidente degli industriali palermitani (lo stesso che qualche anno dopo trafficava con le buste per pilotare appalti pubblici) al primo «libro mastro» sequestrato ai boss. Quasi vent'anni fa Palermo scopriva improvvisamente che la mafia c'era. E che c'era anche il «pizzo». Le storie raccolte da Bellavia e De Lucia (che ha dedicato i suoi 18 anni passati in Procura alle investigazioni sul racket) sono tante e apparentemente lontane. In realtà sono legate una all'altra, incastrate in una trama che narra le ultime o ultimissime vicende di Cosa Nostra. Ricostruzioni, analisi, testimonianze. Di quando il «pizzo» si colora o si scolora e diventa tangente. Dall'estorsione al commerciante al «sistema» degli appalti, i lavori pubblici, gli «sbrigafaccende dei salotti buoni», gli imprenditori più famosi e potenti della Sicilia che in un certo periodo sembrano vittime dei boss e invece da quelli cercano coperture e privilegi. È il Cappio che penzola su Palermo.
Nelle ultime pagine è però il momento di quei ragazzi che erano ancora bambini quando il povero Libero Grassi cadeva davanti ai sicari dei Madonia. Tredici anni dopo – nel 2004 – studiano all'Università. Vogliono aprire un pub, ragionano sul da farsi, uno domanda: «E se ci chiedono il pizzo?». Il pub non aprirà, ma Palermo una mattina si sveglia sommersa da una scritta: «Un intero popolo che paga il pizzo è un polo senza dignità». È Addiopizzo, è la prima vera rivolta di massa contro il racket. È una ribellione contagiosa. Insorge anche Confindustria. È l'inizio di un cammino. Il libro si chiude con una frase di Giovanni Falcone: «Comunque, una cosa è certa: indietro oramai non si può più tornare».
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