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Palermo. «Dire no al pizzo: non solo si può, ma si deve». Non hanno dubbi Vincenzo Conticello, il titolare dell'Antica focacceria S. Francesco di Palermo che ha denunciato e fatto condannare gli esattori delle cosche; Rodolfo Guajana, l'imprenditore che ha sfidato in aula i boss di San Lorenzo Colli che due anni fa gli hanno incendiato e distrutto la sua azienda; Ignazio Cutrò, l'impresario di Bivona che ha portato alla sbarra l'estorsore, un vecchio compagno di scuola. Ed è questo il messaggio lanciato ai ragazzi che ieri pomeriggio li hanno bombardati di domande al Festival della Legalità che si svolge a Palermo. Dire no al pizzo, ribellarsi al racket e denunciarlo nonostante le difficoltà: dal calo dei clienti alla «distrazione» delle Istituzioni, alle banche che chiudono i rubinetti del credito. Ma tornare indietro è impossibile e la scelta della legalità è definitiva. «Quando si è saputo che avevo denunciato i miei estorsori – ha raccontato Conticello – nel giro di un anno, tra il 2007 e il 2008, il fatturato del mio ristorante è calato dal 20 al 30 per cento: una buona fetta della clientela si è allontanata. L'anno scorso ho dovuto mettere in cassa integrazione 15 dipendenti ed aprire un ristorante a Milano. Questo ha permesso ai miei dipendenti di non perdere il posto di lavoro». E le Istituzioni? «C'è una parte dello Stato – ha risposto – che funziona e un'altra che ancora non è attrezzata per stare accanto alle vittime del racket. Se lo Stato ci è innegabilmente vicino nella fase dei processi che si celebrano celermente, non si può dire altrettanto della fase del ristoro economico che continua ad essere troppo lento. In ogni caso, il pizzo è una tassa in più che alla tua azienda non dà possibilità di crescere». «I mafiosi – ha aggiunto Guajana – quando vedono attaccato sulla vetrina del negozio l'adesivo dell'associazione "Addiopizzo", nemmeno entrano più. Ma i problemi non sono finiti. Dopo l'attentato che ha distrutto la mia azienda, per colpa della burocrazia ho dovuto aspettare due anni per riaprire. Molti tecnici comunali sono stati messi lì dalla mafia. Ma la mia famiglia non si è mai piegata al pizzo. Già negli anni Quaranta mio nonno si rifiutò di pagare la banda Giuliano e io ho continuato sulla stessa strada. E poi io sono credente. Come fa un uomo di fede che la domenica va a messa e fa la comunione, se poi si piega al pizzo?». «Ci sono dei centri commerciali – ha ricordato Guajana – che fanno prezzi molto bassi perché poi ripianano i bilanci con i soldi ripuliti del pizzo o dell'usura. È necessario che l'autorità giudiziaria indaghi su questi negozi. Attenti – ha detto rivolto ai giovani – a questi grandi centri commerciali. Vi siete mai chiesti perché riescono a fare degli sconti così alti? Le imprese mafiose possono fare concorrenza ad altri con facilità, potendo contare sui soldi dei boss». Per Ignazio Cutrò è «meglio morire in piedi che vivere una vita in ginocchio. Ho subìto la prima intimidazione nel 1999, ma io e la mia famiglia non abbandoneremo mai né Bivona né la Sicilia». Nonostante tutto, comprese «le banche che, dopo la nostra denuncia, smettono di classificarci tra i clienti affidabili. Qualcuna, dopo l'intervento di "Addiopizzo", torna sui suoi passi. Ma una cosa è certa: l'imprenditore deve essere aiutato dalle banche, non distrutto».
La Sicilia
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