foresalvo ha scritto:
LA SICILIA
Domenica 7 Dicembre 2008
Pag. 6 (il Fatto)
Era la fase dei 100 morti l’anno. La mafia distruggeva le aziende che rifiutavano il <<pizzo>>
CATANIA, UNA <<STORIA DI FUOCO>>
E nel ’90 bruciò la Standa di via Etnea quando in Prefettura c’era Lantimafia
Un grande imprenditore preferì vendere la sua catena di supermercati e trasferirsi a Roma
Tony Zermo
A Catania la vicenda dei supermercati e dei grandi magazzini attaccati dalla mafia è lunga e ha riguardato trasversalmente tutte le cosche. Erano i tempi della mafia ruggente, ma non tanto lontani, dato che il clamoroso incendio della Standa di Via Etnea (oggi c'è il negozio Coin), proprio di fronte alla Prefettura, risale al 18 gennaio 1990 (quel giorno in Prefettura c'era la commissione nazionale antimafia). A quel tempo erano ancora in campo tutti i boss da Nitto Santapaola, a Santo Mazzei, a Turi Pillera.
Il fatto è che quando la criminalità organizzata si accorse della facilità con cui si poteva riciclare il denaro sporco nelle casse dei supermercati decise di metterci le mani. All'inizio cominciarono a chiedere l'appalto delle forniture di prodotti locali (carne, pesce, uova, verdure, ecc.), poi cercarono in tutti i modi di entrare dentro la gestione. E quando c'erano difficoltà non esitavano a dare fuoco alle aziende. Uno dei segnali fu quando il cavaliere del lavoro Totò Conservo, brillante imprenditore che aveva creato la prima catena di supermercati (Sivad e Sigros), preferì vendere tutto e comprare una bella villa all'Olgiata trasferendosi a Roma. Morì di tumore, ma anche di nostalgia.
Le cosche avevano deciso di lanciare una campagna terroristica. Nel '91 ci fu l'incendio del Sigros a Misterbianco passato alla «Rinascente-Sma»: una decina di mafiosi incappucciati fecero uscire i dipendenti e diedero fuoco a tutto. Gli atti giudiziari dicono che la «Rinascente» si rassegnò a pagare un «pizzo» di un miliardo e 200 milioni di lire. Nel '93, sempre nella zona industriale di Misterbianco, fu incendiata l'azienda «De Luca Tre» con danni per decine di miliardi di lire. Ma l'episodio più sconvolgente, perché visibile da tutta la cittadinanza, resta l'incendio del gennaio 1990 del negozio Standa, considerato il più bello d'Italia, che divampò nel cuore di Via Etnea distruggendo persino le strutture portanti. Poi circolò voce che del fatto si sia interessato (ma è stato smentito) lo stesso Berlusconi, allora proprietario della catena Standa. Testimoniò al processo tenutosi a Bicocca quando un microfono della Rai lo colpì in bocca e lui esclamò: «Cribbio!».
In quel periodo feci un'intervista a Carletto Campanella, considerato il braccio destro di Nitto Santapaola nel ramo estorsioni. Campanella era allora in libertà provvisoria e lavorava come rappresentante di caffè. Mi spiegò la «filosofia» di quegli incendi: «Queste grandi imprese vengono da noi e realizzano un supermercato. Ma la carne la fanno arrivare dalla Toscana, la verdura e le uova da Milano, la frutta dal Piemonte. E uno può restare a guardare? Poi finisce che qualcuno si arrabbia e succede quel che succede».
C'è stata una fase in cui tutti i supermercati e i grandi negozi a Catania erano sotto tiro, ma anche oggi non c'è supermercato da inaugurare che non si trascina dietro pressioni mafiose e conseguenti guai giudiziari. Così accadeva che qualcuno come Conservo se ne andava, altri preferivano pagare la «protezione» - e più il supermercato era importante, più il «pizzo» era consistente -, altri instauravano una sorta di connivenza obbligata assegnando qualche fornitura. Del resto era comprensibile, perché in quel tempo a Catania c'erano cento morti ammazzati l'anno e gli «squadroni della morte» giravano in città a caccia di nemici da eliminare. Ancora l'offensiva contro la mafia non era scattata (bisognerà attendere le stragi di Falcone e Borsellino nella primavera-estate del '92), anzi ci si cullava nell'illusione che Catania, e la Sicilia orientale in genere, ne fosse immune. Non era la mafia classica, quella tradizionale palermitana che aveva un pur perverso «codice d'onore», ma era una criminalità diffusa e senza regole ben peggiore della mafia stessa. E mentre i boss torchiavano la città, l'«esercito» del «Malpassotu», poi arrestato e pentito, esercitava la sua pressione sulle attività commerciali dei paesi pedemontani potendo contare su 500 «soldati». Entrarono nel mirino anche «gioielli commerciali» come «Le Zagare» di San Giovanni La Punta dell'imprenditore Sebastiano Scuto che ha sofferto il carcere ed è ancora inquisito. Ha sempre protestato la sua innocenza, ha solo ammesso di essere stato costretto a pagare il «pizzo», i suoi dipendenti hanno anche fatto dimostrazioni in sua difesa. Ancora tutta la vicenda non è stata chiarita e il grande supermercato, sempre affollato, opera in regime di amministrazione controllata. E' un esempio di come sia difficile capire quale sia la verità e di quanto la mafia pesi sulle attività imprenditoriali in Sicilia.
E bello constatare come il primo e più importante giornale cittadino sia stato sempre così rispettoso della...tradizione.
Sono sicuro che i lettori dell'epoca erano interessati a conoscere la "filosofia" del braccio destro di Santapaola.
Un pò come gli attuali lettori, interessati alle esternazioni del figlio di Santapaola