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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 30 apr 2010, 19:06 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    http://www.livesicilia.it/2010/04/30/ch ... e-colluso/

    “Chi non denuncia il pizzo è colluso”

    “E’ il momento di rompere gli indugi. E’ il momento decisivo. Chi non denuncia, a questo punto, non lo fa per paura, ma per convenienza”. E’ secco il giudizio di Enrico Colaianni, presidente di Libero Futuro, la prima associazione antiracket palermitana, sulle notizie diffuse dalla stampa sulla “paura” dei mafiosi di avvicinare gli aderenti ad addiopizzo per la “messa a posto”. ”E’ la conferma di quello cha abbiamo sempre pensato e detto – continua Colajanni – La denuncia preventiva è un deterrente alla mafia; i mafiosi hanno paura. Quando il pentito Pasta o il pentito Di Maio dicono che hanno paura di chiedere il pizzo a chi aderisce ad Addio Pizzo, è una grande conferma che esiste un modo diligente di resistere. Ciò che mi preme sottolineare è dire ai commercianti di collaborare alle indagini con le forze dell’ordine”.
    Il neo-pentito Giuseppe Di Maio aveva denunciato le precarie condizioni del lavoro mafioso ai tempi dell’antiracket. “Se un commerciante aderisce ad Addio Pizzo o a qualche associazione antiracket non ci andiamo, non gli chiediamo niente” dice il pentito della cosca di Santa Maria del Gesù, confermando che la via della legalità a Palermo paga. Una vittoria, un segnale di speranza per una città per tanti anni vessata dal pizzo.

    Di Maio, trentatré anni, operava in via Oreto e via Perez, territorio dove raccoglieva regolarmente il pizzo dai commercianti della zona. Arrestato il 20 marzo 2010 nell’operazione “Paesan blues” ha deciso di collaborare con le forze dell’ordine. In uno dei suoi interrogatori ha così commentato la situazione: “C’è molta preoccupazione tra di noi. Dopo tutti questi arresti temiamo di finire in carcere. Se ci sono le denunce, poi si fanno le indagini, mettono le microspie. E’ meglio evitare”.

    La paura della mafia sta superando dunque quella dei commercianti. Colaianni, convinto che la lotta alla mafia sia ad un punto di svolta, prosegue con convinzione: “Chi paga il pizzo deve denunciare per uscire presto fuori da questa situazione. In Via Oreto i commercianti, dopo queste dichiarazioni di Di Maio, devono farsi un esame di coscienza. Non c’è più spazio per l’omertà, è il momento della denuncia collettiva”.



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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 30 apr 2010, 23:21 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    Mafia/ Centro La Torre: giovani sfiduciati da politica e vertici
    Risultati indagini 82 scuole: ma al nord c'è diversa percezione

    I giovani italiani mantengono un'alta sfiducia verso la volontà dei politici e della classe dirigente di vincere la mafia, ma quelli del Nord hanno una percezione diversa del fenomeno rispetto ai coetanei del meridione: a sostenerlo è il Centro 'Pio La Torre' di Palermo, che ha oggi pubblicato i risultati dell'indagine sulla percezione del fenomeno mafioso dei giovani studenti che hanno partecipato alle videoconferenze del progetto 2009/2010. Dallo studio è emerso che oltre il 55% degli intervistati ha detto che a 'permettere alla mafia siciliana di continuare ad esistere' è ancora oggi "la corruzione della classe dirigente". L'indagine, svolta all'interno di 82 istituti scolastici, di primo e secondo grado, e realizzata avvalendosi di un software ad hoc (T-Lab) per l'analisi delle risposte, ha permesso di recepire un giudizio complessivo dei giovani sulla mafia "assolutamente negativo, ma accompagnato - si legge nel numero monografico di ASud'Europa - da un'ampia sfiducia sulla possibilità di liberarsene a breve fino a considerarla più forte dello Stato, probabilmente condizionati dalla lunga persistenza storica del fenomeno". Tale percezione è diversamente avvertita: "più alta al Nord e più bassa al Sud, dove gli effetti dell'azione repressiva dello Stato sono meglio conosciuti perché più prossimi. Rimane altissima la sfiducia dei giovani verso i politici e la classe dirigente, ritenuti responsabili dei processi corruttivi nella vita pubblica". "Nel Nord - continua il rapporto finale - i reati socialmente più pericolosi e attribuiti alla mafia sono il traffico della droga, il lavoro nero, la prostituzione, mentre nel Sud i giovani al primo posto mettono il racket e subito dopo lo spaccio di droga, sicuramente per la maggiore evidenza mediatica dei fatti estortivi nelle città meridionali". Analogo giudizio riguarda i dipendenti pubblici: ".gli studenti intervistati - spiegano dall'organizzazione non lucrativa di utlità sociale - non ricorrerebbero mai ai politici e ai mafiosi per ottenere un lavoro, anzi li ritengono un serio ostacolo. Invece quasi tutti i giovani ammirano chi dedica la loro vita alla lotta contro la mafia e apprezzano il lavoro educativo antimafia dei loro docenti". Negativo, invece, il voto per l'impegno antimafia della Chiesa istituzionale, "quasi anticipando - commentano dal centro Pio La Torre - il recente documento della Cei sul Mezzogiorno che ha ripetuto come la condanna ufficiale della mafia non è stata doverosamente esercitata nella pratica quotidiana delle chiese locali e delle gerarchie". Dagli studenti intervistati arriva, invece, un forte messaggio di fiducia nella scuola pubblica, intesa come "palestra di democrazia. Anche per questo nobile motivo - sostengono dal centro palermitano - essa va salvaguardata e potenziata, non considerata l'arido bancone di bottega il cui conto economico deve essere in attivo. La scuola, la ricerca, l'università, i servizi pubblici, dalla sanità all'acqua, e il loro buon funzionamento per i cittadini, sono i pilastri di una moderna democrazia, non populistica, che non ammette illegalità. Sono i fondamenti di una Repubblica - concludono - fondata sul lavoro e sulla solidarietà".


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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 03 mag 2010, 12:15 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    Reggio Calabria, 9 arresti per racket


    REGGIO CALABRIA (Reuters) - Nove persone sono state arrestate oggi dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria con l'accusa di racket aggravato dal metodo mafioso.

    Lo hanno annunciato in una nota gli stessi carabinieri, agggiungendo che i fermi sono stati eseguiti in base a mandati di cattura emessi dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio.

    L'indagine, denominata "La rosa", ha consentito di appurare l'esistenza di un contesto organizzato che, dal 1994 agli inizi del 2009, aveva taglieggiato numerose imprese che si erano aggiudicate lavori pubblici nel comune di Giffone, in provincia di Reggio.

    Le aziende, tra le quali figuravano quella incaricata di realizzare la rete per la distribuzione del metano e quella per la costruzione della scuola media e del campo sportivo del piccolo centro aspromontano, dicono gli inquirenti, erano state costrette a versare ingenti somme per proseguire i lavori.


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    Nicola
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 05 mag 2010, 15:29 

    Iscritto il: 11 feb 2010, 10:19
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    Giornale di Sicilia - 5/5/2010

    Giovanni Di Stefano, 22 anni, è finito in manette dopo la denuncia del titolare dell'esercizio
    commerciale a cui aveva tentato di estorcere duemila euro

    PALERMO. Ha tentato di estorcere duemila euro ad un commerciante nel quartiere Cruillas a Palermo. Con questa accusa la polizia ha arrestato Giovanni
    Di Stefano, 22 anni, incensurato. A denunciare il giovane è stato il titolare dell'esercizio commerciale. La somma, avrebbe detto l'indagato era da "destinare
    alle famiglie dei carcerati". Le fasi delle richieste del pizzo sono state riprese dalle telecamere della videosorveglianza interna. "La denuncia
    dell'imprenditore ha reso, come del resto accade spesso, più celeri ed efficaci le indagine condotte dagli inquirenti", affermano le associazioni Libero futuro
    e Addiopizzo che esprimono "soddisfazione per i segnali di cambiamento che vengono dagli operatori economici che sempre più numerosi si affrancano dal
    ricatto mafioso".


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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 09 mag 2010, 11:03 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    http://www.repubblica.it/cronaca/2010/0 ... o-3928254/

    La targa di Peppino Impastato
    sulla casa dei Cento passi

    A Cinisi ospiterà il centro a lui intitolato. Il fratello la visita per la prima volta: riaprite le indagini. Ma è allarme: le mani dei boss sui beni confiscati alla mafia


    PALERMO - Quando il sindaco di Cinisi apre la porta di casa Badalamenti, Giovanni Impastato corre su per le scale, fino al grande salone dove un tempo il padrino della Cupola teneva udienza. "Trent'anni ho aspettato - sussurra - in questo salone Gaetano Badalamenti avrà deciso la morte di mio fratello Peppino". E continua a guardarsi attorno, anche se non è rimasto più nulla nel salone delle feste e dei summit: "Mi sembra ancora di vederli - dice Giovanni Impastato - i mafiosi che ridevano al balcone e i politici che arrivavano da Palermo". E mentre lo ripete, va ad aprire le persiane: "Ma adesso la casa di Badalamenti è stata confiscata ed è stata affidata dal Comune all'associazione che porta il nome di Peppino. Qui si trasferirà anche la biblioteca comunale". Dal balcone dove si affacciavano i potenti di Sicilia, Giovanni Impastato guarda adesso cento passi oltre, dove c'è la casa di Peppino: "È come se quei cento passi non ci fossero più - dice - è come se Peppino e nostra madre Felicia fossero qui".

    Eccola, la casa simbolo della mafia che negli anni Settanta era già arrivata al culmine del potere. È nella strada principale di Cinisi, corso Umberto 183. Una palazzina a due piani che Falcone e Borsellino avevano sequestrato nel 1985. Ma ci sono voluti altri venticinque anni per la confisca: venerdì, il sindaco Salvatore Palazzolo ha consegnato le chiavi della casa a Impastato. "Segno importante di questi tempi - dice Elio Collovà, amministratore giudiziario di beni sequestrati alla mafia - con la nuova legge c'è il concreto rischio che i padrini possano riacquistare all'asta i propri beni ancora non assegnati". L'allarme è sottoscritto da un gruppo di amministratori siciliani.


    Il segno della ricchezza e del potere di don Tano è appena oltre la porta d'ingresso: è la scala in onice che apre al piano nobile. "Ci sono saliti giovani mafiosi come Bernardo Provenzano e Luciano Liggio", ricorda Giovanni. I mobili che arricchivano la casa sono stati portati via quindici giorni fa da alcuni operai che sembravano avere molta fretta. Ma alla fine del trasloco, hanno anche spazzato per terra. Non c'è un solo foglio di carta in giro.

    Non c'è neanche la corrente elettrica a casa Badalamenti. Bisogna aprire le finestre per addentrarsi da una parte all'altra della casa. Saranno 250 metri quadrati per ognuno dei tre piani. "Ricordo di averci giocato da bambino in queste stanze - dice Impastato - ci portava nostro padre". In terrazza potevano salire solo in pochi, per assistere alla gara dei cavalli nel corso.

    All'ultimo piano, sono rimasti i segni di un inizio di ristrutturazione. Il padrino sperava ancora di ottenere un sconto sulla condanna americana. Erano i giorni in cui accettava di fare un verbale con il maresciallo Antonino Lombardo e ammetteva di essere stato confidente dell'Arma. Il 5 marzo 1995, il maresciallo si è sparato un colpo di pistola. E sono scomparsi i suoi appunti. Badalamenti è rimasto nelle carceri americane, dove è morto nel 2004.

    Dice Giovanni Impastato: "Chiedo che le indagini sulla morte di Peppino vengano riaperte. Bisogna fare luce sui depistaggi che hanno favorito Badalamenti". Un'inchiesta de L'Espresso ripercorre in questi giorni le tappe del mistero. Sono racchiuse in una domanda: quali relazioni intratteneva Badalamenti con pezzi delle istituzioni?

    (09 maggio 2010)


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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 10 mag 2010, 13:58 
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    Iscritto il: 27 gen 2007, 18:15
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    Napoli, 10 mag. - (Adnkronos/Ign) - Mafia e camorra insieme per il controllo del settore dell'ortofrutta. E' il sodalizio scoperto e smantellato dalla Dia di Napoli e dalla Squadra mobile di Caserta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Nel mirino i vertici del clan camorristico dei Casalesi e dei Mallardo di Giugliano (Napoli) che, alleate con le famiglie mafiose siciliane dei Santapaola-Ercolano di Catania, imponeva il monopolio dei trasporti, con la conseguente lievitazione dei prezzi.

    In totale, secondo quanto riferito, sono state eseguite circa 70 ordinanze di custodia cautelare in carcere: una ventina di presunti affiliati ai Casalesi, una dozzina di appartenenti ai clan Licciardi e Mallardo di Napoli, e una mezza dozzina di esponenti del clan Santapaola, tra cui il reggente, cognato del boss, Giuseppe Ercolano.

    In particolare, fra gli arrestati c’è anche Paolo Schiavone, figlio di Francesco (detto Cicciariello attualmente in carcere) e cugino omonimo del boss detto Sandokan: il 27enne, elemento di spicco del clan dei Casalesi è finito in manette mentre era in viaggio di nozze a bordo di una nave della Msc. Gli agenti lo hanno intercettato ieri sera, mentre la nave ripartiva da Genova dopo aver trascorso una settimana nel Mediterraneo.

    In sostanza la 'cupola' imponeva alle ditte che operano nell'ambito dei mercati ortofrutticoli del Centrosud una unica ditta di trasporti, catanese, gestita da Ercolano. Nel mirino di mafia e camorra era finito anche il mercato di Fondi, ritenuto uno dei più importanti d'Europa. Per portare frutta e ortaggi da Fondi alla Sicilia la ditta di autotrasporti era sempre la stessa: quella di Ercolano.

    Proprio le infiltrazioni della malavita nelle attività di autotrasporto, secondo la Coldiretti, sono la causa dei prezzi della frutta e della verdura che dal campo alla tavola aumentano del 200%. ''In un Paese come l'Italia dove oltre l'86% dei trasporti commerciali avviene su gomma, la logistica -sottolinea il sindacato degli agricoltori - incide per quasi un terzo sui costi di frutta e verdura''. ''Secondo uno studio della Coldiretti l'ecomafia con il racket, il pizzo e gli altri fenomeni malavitosi sviluppano a danno delle campagne italiane un giro di affari di 7,5 miliardi di euro con la criminalità organizzata che in agricoltura opera attraverso furti di attrezzature e mezzi agricoli, racket, abigeato, estorsioni, o con il cosiddetto pizzo anche sotto forma di imposizione di manodopera o di servizi di trasporto o di guardiania alle aziende agricole, danneggiamento delle colture, aggressioni, usura, macellazioni clandestine, truffe nei confronti dell'Unione europea e caporalato''.



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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 17 mag 2010, 12:04 
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    http://www.livesicilia.it/2010/05/17/ch ... renditori/

    Chiedevano il pizzo ai propri colleghi, arrestati 4 imprenditori

    La squadra mobile ha eseguito stamani a Messina un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Nicola Cannone, 45 anni, Francesco Carmelo Messina, 62 anni, Carmelo Trifirò, 38 anni, Salvatore Puglisi, 54 anni e Francesco Di Maio, 32 anni, imprenditori del messinese, con l’accusa di estorsione e tentativo di estorsione con l’aggravante metodi mafiosi.

    Le indagini, coordinate dalla Procura di Messina sono cominciate dopo la denuncia di un imprenditore edile palermitano. L’imprenditore, è comproprietario di una società a Palermo che nel marzo 2007 si era aggiudicata un appalto per i lavori di riqualificazione e recupero ambientale del ‘water-front’ della riviera di ponente del comune di Milazzo (Me). Nell’agosto 2007, all’avvio dei cantieri, aveva subito atti intimidatori con la collocazione di bottiglie incendiarie su alcuni mezzi meccanici. Dopo aver ceduto alle richieste degli estorrtori nel maggio 2008 l’imprenditore ha deciso di denunciare.

    Dalle indagini è emerso che gli estortori erano imprenditori e imponevano la fornitura di materiale edile a prezzi maggiorati e sarebbero stati affiliati al clan dei Mazzaroti di Barcellona Pozzo di Gotto. L’importo della tangente richiesta era del 3% del valore complessivo dell’appalto, con un ulteriore richiesta del versamento di 20 mila euro per le famiglie dei detenuti quale “regalo natalizio”.




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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 19 mag 2010, 10:44 
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    MAFIA: PRESI 'POSTINI' BOSS RACCUGLIA, SMISTAVANO PIZZINI

    Per mesi, tra mille cautele, nomi in codice, falsi appuntamenti e ingegnosi tentativi di depistare gli inquirenti, hanno gestito la fitta corrispondenza dell'allora latitante Mimmo Raccuglia, boss di Altofonte, erede dell'ala stragista dei corleonesi. In un continuo su e giù per la statale che collega Palermo a Sciacca hanno portato a destinazione i "pizzini" del capomafia consentendogli di tenere i rapporti con gli uomini della cosca e, dunque, di mantenere il potere.

    Una funzione irrinunciabile in ogni latitanza quella dei "postini" che sono stati arrestati dagli agenti della Mobile e dello Sco. L'operazione, che ricostruisce la rete delle comunicazioni di Raccuglia, svela anche i retroscena della cattura del capomafia, preso, il 13 novembre scorso, proprio seguendo i movimenti dei suoi uomini. In cella sono finite sette persone - sei incensurate -, tutte accusate di associazione mafiosa.

    E di mafia rispondono anche i sei presunti esponenti del clan di Enna, arrestati dalla polizia nell'ambito di un'inchiesta sulla cosca del boss Salvatore Seminara. Uno di loro, Angelo Maria Gloria, imprenditore edile, secondo gli inquirenti, avrebbe svolto il ruolo di intermediario tra esponenti mafiosi di primo piano ed una ditta che effettuava lavori edili a Piazza Armerina, nella Villa Romana del Casale, alla quale doveva essere imposta l'assunzione di un uomo d'onore, anche lui tra gli arrestati, e la scelta dei fornitori. La cosca, inoltre, gestiva case da gioco clandestine - una realizzata in un agriturismo - e appalti pubblici.

    Della sola gestione della latitanza di Raccuglia si occupavano, invece, i sette arrestati a Palermo. La loro individuazione è frutto di un'intuizione della polizia e di un paziente lavoro investigativo fatto di intercettazioni, pedinamenti e appostamenti.

    Gli inquirenti hanno concentrato l'attenzione su un personaggio chiave: Mario Tafuri, titolare di una ditta di costruzioni ad Altofonte e figlio di un capomafia storico della zona. Anche grazie alle indicazioni di alcuni pentiti gli investigatori hanno ritenuto che potesse avere contatti con Raccuglia.

    Seguendolo, intercettandolo e tenendolo costantemente sotto controllo gli agenti ne hanno individuato il ruolo e sono risaliti ai complici che lo aiutavano nella delicata attività di smistamento dei bigliettini indirizzati e provenienti da Raccuglia. Da Tafuri, con un complicato e cauto sistema organizzativo, i biglietti passavano a Giuseppe Campanella, dipendente del comune di Salaparuta, anche lui arrestato.

    I sacchi con la corrispondenza, a volte lanciati da un cavalcavia, facevano su e giù lungo la strada Palermo-Sciacca passando nelle mani di altri personaggi come Girolamo Liotta e giungevano, dopo un lunghissimo giro, al capomafia. Seguendo la "posta" la polizia è arrivata al covo di Raccuglia, che si nascondeva, grazie ai suoi buoni rapporti col latitante Matteo Messina Denaro, a Calatafimi, in provincia di Trapani.


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     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 19 mag 2010, 10:45 
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    MAFIA: ENNA, SCOPERTO L'AGRITURISMO DEI BOSS

    (AGI) - Enna - Un dipendente regionale metteva a disposizione dei boss mafiosi un agriturismo di Piazza Armerina (Enna), dove si teneva una bisca clandestina e dove si svolgevano summit tra i capi del clan. E' quanto emerge dalle indagini che hanno portato la scorsa notte all'operazione "Game over" della polizia. Il funzionario regionale, Calogero "Gerry" La Malfa, 59 anni, impiegato all'Ufficio per l'incremento turistico, sarebbe stato molto vicino alla cosca capeggiata da Salvatore Seminara. Non solo, secondo gli inquirenti, dal punto di vista logistico legato alla concessione dell'uso dell'agriturismo, formalmente intestato alla moglie. Ma anche dal punto di vista piu' direttamente economico. Dalle indagini sono emersi infatti scambi di denaro, somme che La Malfa riceveva da mafiosi o versava a questi. Un quadro che ha portato gli investigatori a ipotizzare il coinvolgimento di La Malfa in operazioni di riciclaggio di soldi del clan. I boss, sostengono gli investigatori, sarebbero stati soci occulti dell'agriturismo. Al punto che dopo il suo arresto, il 14 luglio del 2009, Tano Drago, braccio destro del capomafia Seminara, aveva indicato agli affiliati proprio La Malfa come la persona piu' idonea piu' idonea a gestire gli affari nell'agriturismo al suo posto. E il dipendente regionale, poco dopo, aveva consegnato a esponenti del clan 3.000 euro come sostegno economico per Drago e gli altri mafiosi arrestati con lui. Il blitz della polizia nel luglio 2009, portando in carcere i vertici del clan di Enna interruppe, e' stato ora ricostruito, la formalizzazione degli interessi mafiosi nell'agriturismo di Piazza Armerina, del quale Seminara e Drago stavano per acquistare quote attraverso prestanome.


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    Valentina
     Oggetto del messaggio: Re: News del giorno
    MessaggioInviato: 21 mag 2010, 11:51 
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    CATANIA - Il latitante catanese Giuseppe Giuffrida, 67 anni, è stato arrestato dalla polizia di Stato a Roma. Accusato di fare parte di un'organizzazione che gestiva un vasto traffico internazionale di droga che arrivava dall'Albania per essere spacciata in diverse regioni italiane, è stato catturato da agenti delle squadre mobili di Catania e della Capitale in un circolo ricreativo di via Monte di San Savino.

    Giuffrida, che da qualche tempo si era trasferito a Ladispoli (Latina) era irreperibile dal 26 marzo scorso, dopo essere stato condannato a 10 anni e dieci mesi di reclusione dalla Corte d'appello del capoluogo etneo per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti.

    L'inchiesta per cui è stato condannato ha trattato reati risalenti al 2003: Giuffrida, secondo l'accusa, svolgeva il ruolo di coordinatore logistico di un'organizzazione che importava cocaina e marijuana dall'Albania e la rivendeva in diverse zone d'Italia


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